Voltare pagina per scrivere e per leggere

Scrivere il libro della nostra vita: più facile a dirsi che a farsi, ma comunque di certo più facile che leggerlo (qui detto alla Lloyd).

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E non mi riferisco al fatto che ormai i libri sono una specie di oggetti del piacere, pezzi d’arredamento o orme fossili di una società che ormai non è più (altrimenti ci sarebbe davvero bisogno di campagne di sensibilizzazione alla lettura?).

E non mi riferisco alla libertà, alla crescita personale che la lettura ancora ingenera, per chi ne fruisce, ed al fatto che un libro rimane il principale mezzo di evasione (e vi includo a buon diritto anche i vari smartphone/laptop/tablet/etc) dalla routine quotidiana.

E non mi riferisco alla profondità di animo che ciascuno deve raggiungere per mettere insieme qualche pagina partendo da un foglio bianco; che sia un flusso di coscienza ininterrotto, che sia il guizzo di un momento, che sia una storia pensata e ripensata, di certo non può essere frutto di una corazza di superficialità appena scalfita.

Mi riferisco alla paura che abbiamo del cambiamento. Mi riferisco al tremore che ci ingenera le libertà. Tutte cose che evitiamo, se possiamo non girando pagina.

Ma la vita non aspetta. Va scritta. E se non siamo noi a girare spontaneamente la pagina, la gira lei per noi e ci prende (delicatamente?) la mano guidando i nostri tratti sul foglio intonso.

WU

PS. Per dirla alla De Andrè: “… continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”.

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