Bureau de Gustave Eiffel

Ora, se voi vi chiamaste Gustave Eiffel dove vi costruireste un ufficio?

MEssa così la domanda è più o meno banale, ma devo dire che scopro solo ora che nella Torre Eiffel esiste un piccolo, nascosto, quasi segreto ufficietto (in pieno stile massonico, mi vien da dire). Progettato, a suo uso e consumo personale proprio dall’ideatore della torre stessa.

L’ufficio di Eiffel si trova poco sotto la guglia della sommità della torre, abbastanza nascosto dalla struttura reticolare del monumento, ma al contempo con una vista praticamente unica sulla città, da circa 300 metri di altezza!

Lo stanzino fu costruito verso la fine dei lavori della torre, attorno al 1889, abbastanza segretamente ed i lavori coordinati dallo stesso Eiffel. L’ufficio si compone di un soggiorno (con carta da parati, pianoforte e scrivanie), cucina e bagno. Adiacenti al soggiorno si trovano tre piccoli laboratori, uno per le previsioni meteo, uno per l’astronomia ed uno per lo studio della fisiologia.

Manca di una camera da letto (ad in fondo perché dovrebbe esserci in un ufficio?). Il tutto in pieno stile di fine ottocento (artigianato tradizionale francese con legno scuro alle pareti, tappetoni pesanti, divani in velluto, etc.) e circondato da un balconcino per godere ancora meglio la vista sull’intera città che evidentemente costituisce il pezzo forte dello studio.

Quando l’esistenza di questo appartamento segreto in cima alla torre Eiffel fu rivelato divenne presto oggetto di una sorta di “invidia generale” e diversi uomini danarosi dell’epoca si offrirono di pagare lauti compensi puri di trascorrere una notte nello studiolo. “nessun’altra abitazione avrebbe potuto offrire al suo proprietario un luogo lontano dai rumori e dalla sofferenza umana” [H. Girard].

Senza successo, era la piccola oasi di Eiffel e come tale voleva mantenerla (chissà se i “magnati” di oggi ragionerebbero allo stesso modo dinanzi qualche lauta offerta economica…) per la sua personale contemplazione e per invitare chi gli pareva (tipo Thomas Edison).

Oggi (in realtà da poco, dopo una lunga ristrutturazione e messa in sicurezza) l’ufficio è visitabile al pubblico. Al costo di 25 euri (oltre quelli per salire in cima alla torre…) e disposti al sacrificio di trovarci tre stature di cera che replicano Eiffel, la figlia ed Edison al suo interno (personalmente avrei evitato…).

WU

Belker e Shane

Il cane era uno di famiglia. Un vecchio levriero irlandese di dieci anni. Ron, Lisa ed il piccolo Shane aspettavano il veterinario che avrebbe dovuto visitarlo.

Dopo una breve visita il verdetto fu tanto inaspettato quanto devastante: Belker stava morendo di cancro.

Benché Ron e Lisa sperassero in un miracolo il veterinario confermò di non poter far nulla se non eseguire la procedura di eutanasia per risparmiare qualche mese di sofferenza a Belker.

Ron e Lisa si convinsero che sarebbe stato bene per Shane assistere a tutta la procedura, in fondo poteva essere un’esperienza da cui imparare il senso della vita (e della morte).

Il giorno dell’eutanasia la tristezza regnava sovrana nella casa. Gli ultimi latrati di Balker e poi i pianti e singhiozzi dei suoi cari. Solo Shane sembrava stranamente calmo. Mentre continuava ad accarezzare la testa del vecchio Belker, Ron e Lisa gli chiesero se avesse capito ciò che stava succedendo. Shane annuì con la testa.

In serata, dopo la morte del levriero, Shane sembrava continuasse ad accettare la transizione del cane senza alcuna difficoltà, così Ron e Lisa gli si sedettero vicino con l’intento di disquisire sulla morte e sul fatto che le vite dei cani sono più brevi di quelle umane.

Shane, in silenzio fino a quel momento, subito esordi: “so io il perché“. Ron e Lisa, sorpresi gli si sono rivolti con occhi ed orecchie sgranate. “Le persone sono nate in modo che possano imparare a vivere una buona vita, come amare tutti tutto il tempo ed essere gentili, giusto? Beh, i cani sanno già come farlo, quindi non devono rimanere per tutto il tempo che facciamo noi.

Shane aveva sei anni.

WU

L’Acqua Tofana, che non si beve

Cosa succede se unite (le dosi esatte non si conoscono, ma anche andando a caso…) acqua, anidride arseniosa, limatura di piombo, limatura di antimonio e succo di bacche della belladonna? Not try this at home, ovviamente (e comunque sarei curioso di sapere dove reperite gli ingredienti).

Correva l’anno 1640 ed la chimica/cortigiana Giulia Tofana D’Adamo vedeva un periodo di splendore, come fama, potenza e ricchezza. La domanda nasce spontanea, a cosa si doveva tale exploit? E che c’entra con l’intruglio di cui sopra?

Beh, il successo di Giulia fu dovuto proprio all’ “acqua” che da le prende il nome. In realtà lei ci mise l’idea, ma il più lo fece la volontà dei coniugi (soprattutto donne, va detto) di diventare vedove.

L’anidride arseniosa, dopo l’ebollizione, crea un ambiente acido che consente lo scioglimento del piombo e dell’antimonio; il risultato è una soluzione incolore, inodore, insapore ed… estremamente tossica. Soluzione molto di moda fra le donne del seicento che, in assenza della legalizzazione del divorzio, dovevano attrezzarsi in altro modo per sbarazzarsi dei mariti.

Una volta somministrata, ,l’acqua Tofana provocava in breve tempo vomito e febbre; un quadro clinico difficilmente riconducibile all’avvelenamento. Dopo 15-20 giorni, rispettando il dosaggio indicato sulla boccetta (! … boccetta che riportava sul fronte l’immagine di San Nicola di Bari… una benedizione!), sopraggiungeva la morte. Un avvelenamento un po’ per volta, difficile da identificare che conduceva a morti apparentemente naturali allontanando dunque il sospetto dalle tristi vedove.

Tutto andava per il meglio. Giulia produceva decine di bottigliette al mese e si stima (sarei curioso qui di sapere come la stima è stata fatta…) che fra il 1633 ed il 1651 la sua pozione uccise più di seicento (!) ignari mariti.

Nei primi anni del 1650, tuttavia, la Contessa de Ceri utilizzò l’acqua per sbarazzarsi del coniuge, ma in sovra-dosaggio e senza la necessaria discrezione. I parenti del defunto la incolparono e lei chiamò subito in causa Giulia la quale venne imprigionata, torturata, condannata e decapitata. Nel 1959 Giulia fu giustiziata (assieme alla figlia ed altre “utenti” della sua pozione), ma il ricordo e forse la tradizione dell’acqua Tofana di sua invenzione rimasero ben vivi nella cultura popolare almeno fino a metà del diciannovesimo secolo.

WU

PS. Si sospetta che Mozart e papa Benedetto XIII furono avvelenati con questo miscuglio. Giulia Tofana è considerata una serial killer

Almora bulb

Sapete cosa è? Io l’ho scoperto oggi. Ed in teoria sto per comprarne uno, ma prima non potevo che impelagarmi nella classica domanda: si, ma come funzionano? 🙂

Partiamo da chi le fa: Ureals, aziendina basata a San Jose che dal 2014 (io arrivo sempre per tempo sul pezzo, no?!) ha ideato ed incluso queste “lucciole” il suo business. Certo, poi se ne sono aggiunti altri (anche IKEA, credo), ma diciamo che è un po’ come comprare una copia, e data la semplicità, lo stile e l’importo forse vale la pena rimanere sull’originale

Si parte con il produrre una striscia di lucine led. Nulla di speciale, tipo quelle che trovate ormai attaccate ai palloncini alle feste di paese. Poi viene realizzato un guscio, l’involucro esterno della lampadina, che è specchiato dall’interno; ovvero è rivestito dal lato interno da un sottilissimo strato di metallo. Ovviamente questo fa si che le le “lucciole led si moltiplichino”, ma non le farebbe vedere all’esterno della “lampadina”.

Poi c’è la parte “manuale” del procedimento: prima che il rivestimento a specchio si asciughi uno di quei soggetti che l’arte ce l’hanno ormai conficcata a forza nelle mani “bucherella” il rivestimento per creare delle irregolarità che rendono sia le lucine visibili all’esterno, sia l’Almora bulb unico. Una parte della luce quindi filtra da questi micro fori creando effetti stellati veramente suggestivi.

Ovviamente il colore del filamento led conferisce la particolare tonalità al bulbo (Urelas utilizza filamenti brevettati sulle tonalità di rosso, verde e blu; le “copie” a tinta unica).

Mi sembra inutile dirlo, ma sono solo elementi decorativi, se vi aspettate di illuminare una stanza (ma neanche un libro!) questi bulbi non sono la scelta giusta. Personalmente la cosa che mi piace tanto di questi cosi è il fatto che da spenti sembrano tutto fuorché lampadine e la sorpresa nell’accenderle è ancora maggiore dell’effetto stellar-caleidoscopio che producono.

WU

PS. Per una ventina di dollari ti togli lo sfizio.

Folli annunci ed annunci di folli

Questo mondo ha bisogno di folli; forse ne ha sempre avuto bisogno (anzi, senza forse). E di folli ne esistono, alcuni più folli di altri, alcuni più pubblici di altri, alcuni più tristi di altri e via dicendo.

I “folli” che oggi segnano di più la nostra società, tuttavia, non sono i visionari di un tempo. Non sono i poeti, musicisti, inventori, ma sono i grandi investitori, i “magnati”. Folli devono pur esserlo stati (almeno un po’, almeno un tempo) per aver costruito praticamente dal nulla imperi finanziari. Non credo più, devo dirlo, nel “self-made-man” in todo: aiuti ne hanno certamente avuti, spintarelle, avranno pestato piedi e fatto cose al limite del lecito, certo, ma il risultato è che la loro “follia” ha poi pagato. A loro.

Esatto perché è forse qui che sta la colossale differenza: i folli di oggi non sono benefattori. Vogliono il loro tornaconto e per ottenerlo si lanciano in folli imprese… che quando riescono rendono merito alla loro follia.

Sto pensando ai fondatori di Google, Microsoft, Apple, Amazon, SpaceX, e via dicendo. Ci sono certamente folli di altra tempra: chessò i “vecchi industriali” (stile Abramovič o Arnault), i politici di grido mondiale (Putin tanto per fare un nome), gli artisti (tipicamente “monetizzati” post-mortem) o sportivi superpagati, ma il loro impatto sulla nostra società è (o mi sembra) più limitato. Per i “big five” (Amazon, Apple, Google (Alphabet), Facebook, and Microsoft: la GAFAM economy) il mondo non è altro che una macchina per fare soldi, noi siamo i loro “operai”. Il tutto è il frutto di qualche follia ben azzeccata, “fortuna” e, mi ripeto, qualche qualche aiutino (oltre che tanta stupidità della gente se vogliamo dirlo…).

Ad ogni modo, sono finito su questo filone di riflessione dopo l’ennesima dichiarazione di Musk sul Tesla Bot Optimus. Il soggetto in questione (ancora, giustamente, non sazio dei suoi traguardi e dei suoi fallimenti) ha dichiarato il progetto di commercializzare un robot umanoide entro il 2022. Considerando che oggi parliamo di robottone di 1.60 m per 60 chili che sa fare poco più che ballare e che nel giro di un anno dovrebbe passeggiare con noi, lavorare con noi, essere nostro “amico” (metto il termine fra virgolette non perché dubiti che ci piacerebbe avere un robot per amico, ma solo per sottolineare che l’amicizia sarebbe l’ultimo traguardo dell’intelligenza artificiale su cui Tesla è a lavoro).

La dichiarazione del “tecnoking” (autoproclamatosi tale, a volte serve) è stata fatta durante la giornata dedicata da Tesla (aziendona di cui è CEO) all’intelligenza artificiale. Ora, siccome se la stessa cosa la dico io o la dice Musk non è proprio uguale, l’annuncio non è stato accolto con indifferenza, ma neanche propriamente con “convinzione”. Il solito annuncio per fare un po’ di rumore, per generare un (bel) po’ di traffico su Twitter, per attirare qualche investitore, o per farmi scrivere questo post.

Eppure, nonostante lo scetticismo, anche annunci del genere (che concordo, per quel che serve, essere solo un “hype”) non decrescano le quote di credito che Mr. Musk ha. Giustamente, guardando la sua biografia.

I suoi annunci che poi si sono persi per strada (nel senso che magari Musk ci ha anche investito, ma poi l’idea non è -o non ancora, almeno non nei tempi proclamati- diventata un prodotto) non sono pochi: dalle tegole che integravano pannelli fotovoltaici, i taxi a guida autonoma, il camioncino Tesla e via dicendo.

Non sono certamente qui a fare la lista degli insuccessi di una delle persone più visionarie del nostro tempo, ma volevo solo sottolineare che quest’ultimo, benché sia una sorta di “annunciatore seriale”, non è uno sprovveduto. Non tutto quel che dice diventa certo realtà, ma certamente ogni idea, per quanto bizzarra ci fa fare un passettino in avanti, a livello mondiale (avete presente Starlink?). I suoi annunci, anche quando non si materializzano, perdono la loro veste tecnologica, ma mantengono quella di una promessa scientifica per il futuro. Forse (forse, ripeto) non vedremo mai un robotaxi prodotto dalle sue fabbriche, ma tutto lascia pensare che il futuro va in questa direzione. Non lo abbiamo visto nel 2017 (anno che Mr. Musk aveva dichiarato), ma non vuol dire che se ci guardiamo attorno non ci siano i primi segnali che li vedremo in futuro (i primi droni per consegne di materiale medicinale urgente li avete visti?).

Una promessa più che altro che, seguita da un impegno concreto (dimostrato in svariate “folli imprese), ci fa camminare un pochino anche quando non si realizza. E certamente come tale la devono interpretare anche i suoi fan ed i suoi finanziatori, dato che un mortale qualunque (nel senso uno che non ha dimostrato che oltre la bocca apre anche il portafoglio e che per tante cose folli che dice alcune le realizza anche… magari a suon di esplosioni tipo la Starship) avrebbe perso credito a palate e velocemente.

E’ un soggetto (indipendentemente dall’opinione personale che se ne può avere) che ha ben capito l’importanza dell’annuncio, ma anche quella di inseguire (beh, nel suo caso di metter su) un sistema industriale che segua la visionarietà di un’idea.

Vediamo che destino avranno i chip da impiantare nel cervello o Hyperloop. Noi che, almeno per il momento, vediamo come folli come lui ci tratteggiano il futuro.

WU

PS. Segnalo un articolo uscito il 12.09.21 sul “Il Sole 24 Ore” a firma di Luca De Biase sul tema.

I dieci consigli

Tendo a diffidare da regolette “universali”, soprattutto se hanno la pretesa di essere poche e semplici per regolamentare una cosa così complessa come la vita di ciascuno di noi. Ma, se date da Feymann, quanto meno una riflessione la meritano (e poi lui stesso li presenta saggiamente come consigli e non come regole…).

Ora le metto qui per cercare di ricordarmele come monito. Quando le cose vanno bene, quando vanno più o meno bene e quando vanno maluccio (il diminutivo attenua un po’…). Sono ovviamente più facili a dirsi che a farsi, anche se a ben pensarci avere moniti del genere non è poi fuori dalla nostra portata.

Nel mio caso:

  • non leggo tutti i giorni, almeno non cose interessanti. Ci provo, ma spesso ricado in letture superficiali o quanti di informazione
  • non trascorro quotidianamente tempo nella natura. La cerco, ovviamente ad ogni occasione, ma il quotidiano è più fra asfalto e cemento.
  • c’è stato un tempo in cui ho studiato tanto
  • fai domande ed insegna agli altri… “lentamente muore chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce” diceva Martha Medeiros (poesia frequentemente ed erroneamente attribuita a Neruda)
  • se non conosci qualcosa, va bene comunque! Dipende da come lo si interpreta, se è un paravento per non fare lo sforzo di conoscerla o per auto-giustificarsi o se è un gesto di umiltà e segno di apertura mentale (per Feymann credo intendesse la seconda…)

Ma soprattutto non faccio tutti i giorni le cose che mi appassionano di più. Anzi, sono ancora alla ricerca di quali siano.

WU

PS. A questo punto citiamola integralmente, anche se farla rimbalzare su un altro blog mi pare un po’ svuotarla del suo vero significato.

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno
gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli
sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità

Malloppo

… quanto mi fa “buonumore” questa parola. Spesso la considero un po’ colloquiale o fuori contesto, ma credo solo perché mi strappa involontari sorrisi, anche quando non ce n’è bisogno.

L’etimo potrebbe essere quello di “mallo” (il guscio esterno delle noci, quello verde per intenderci) e dunque per estensione involucro, contenitore. Oppure potrebbe essere l’italianizzazione di un meridionalissimo “ammalloppare”, infagottare, ma anche arraffare (altra parola che condivide il buonumore con malloppo) tutto.

Quel che sia l’origine il senso in cui lo usiamo (o vorremmo usarlo prima di ripiegare su suoni più “neutri”) spesso è quello di refurtiva, bottino e per estensione gruzzoletto di soldi. Ma malloppo ha in generale anche il significato di fagotto, involucro, pacco grosso e pesante. In senso figurato, poi, malloppo identifica quel “peso sullo stomaco”, quel pesante fardello che non riusciamo a digerire, quel generale senso di ansietà.

Scopro poi che malloppo è anche una sorta di piccolo bunker di cemento armato dalle cui feritoie sporgevano mitraglie e cannoni nonché il lungo cavo che veniva svolto durante le operazioni di ormeggio di un dirigibile.

Chissà se questo sapore un po’ “in bianco e nero” della parola vuole in qualche modo mitigare la tristezza che potrebbe trasmettere…

Citazioni ve ne sarebbero a iosa (rileggendo questo post troverete la suddetta parola capeggiare fra una stipsi ed una diarrea), ma per celebrare la leggerezza trasmessa dal termine:

Walter: Questo è un tuo compito, Larry? Questo è un tuo compito, Larry?
Drugo: Senti, bello, noi…
Walter: Drugo, ti prego. Questo è un tuo compito, Larry?
Drugo: Walter, perché non gli chiedi della macchina?
Walter: Questo è tuo, Larry? Questo è un tuo compito, Larry?
Drugo: È tua la macchina qui di fronte?
Walter: Questo è un tuo compito, Larry?
Drugo: Lo sappiamo che quello è un suo compito!!! Dov’è finito il malloppo, faccia da porcello?!
Walter: Senti Larry, hai mai sentito parlare del Vietnam?
Drugo: Oh, vaffanculo tu e il Vietnam, Walter…
Walter: Stai per entrare in una valle di lacrime. Sappiamo che questo è il tuo compito. Sappiamo che hai rubato la macchina…
Drugo: … E il fottuto malloppo!
Walter: E il fottuto malloppo. E sappiamo che questo è il tuo compito!
Drugo: Guarda che noi ti tagliamo il piffero, sai!
Walter: Stai uccidendo tuo padre, Larry.
[Il grande Lebowski …se servisse]

WU

Breve ragguaglio al novello vulcano apparso

37° 10′ N 12° 43′ E, a circa 30 km dalle coste di Sciacca e Pantelleria. Oggi nel bel mezzo del nulla (quanto mi piace questa espressione). In realtà, poco sotto la superficie delle onde si trova un edificio vulcanico paragonabile al vicino Etna.

Nascosto dalle onde il vulcano Empedocle domina i fondali di questo tratto di Mediterraneo con tre banchi attivi: Graham, Terribile e Nerita. A volte la sua attività attrae particolarmente l’attenzione. Nel 1831, in particolare.

Verso la fine di quell’anno violente scosse telluriche scossero la zona (a non lo so perché sono finito in questo filone…). Le cronache dell’epoca riportano che gli abitanti locali vedevano morie inspiegabili di pesci in mare, tratti di mare in ebollizione, alte colonne di fumo e zampilli di lava provenire dal mare.

Nel luglio dello stesso anno i comandanti di vascello riportano gli avvistamenti di… un isolotto. Il vulcano aveva dato vita ad una piccola isola con una superficie di circa 4 km ed un’altezza massima di 65 metri.

La cosa non sfuggì agli esploratori ed ai governi dell’epoca che, una volta confermata l’esistenza dell’isoletta, ancora prima di capirne bene la causa, iniziarono un brulicare di azioni (il)legali per rivendicarne la proprietà.

Nell’Agosto del 1831 una fregata inglese, in quelle acque per pura casualità, udita la notizia dell’esistenza dell’isola, si affrettò a piantarvi bandiera Inglese ed intitolarla a Sua Maestà. Si, siamo nell’epoca del “chi prima arriva meglio alloggia”. L’isola prese il nome di isola di “Graham”, dal banco sottomarino che aveva originato l’isola.

Il re Ferdinando II non stava certo a guardare. Quello Inglese fu considerato un sopruso ed in men che non si dica il Regno delle Due Sicilie organizzò una spedizione “scientifica” verso quella che considerava un’isola sua di diritto. L’intento era quello di nominare l’isolotto “Corrao”, capitano della corvetta che aveva per prima avvistato l’isola.

Ultimi, in ordine di tempo, a mettere gli occhi e le mani sull’isolotto furono i Francesi che prelevarono nel Settembre dello stesso anno i primi campioni di roccia per analizzarli in patria. L’origine vulcanica venne velocemente confermata come la presenza di diverse frane e la generale instabilità dell’isola. I francesi ribattezzarono l’isola “Iulia”, in riferimento alla sua comparsa avvenuta nel mese di luglio e vi piantarono bandiera.

Corrao, su ordine di re Ferdinando II, non se ne stava di certo inerme e ben preso fu inviato alla guida di una corvetta bombardiera a difendere i confini della neonata isoletta; ribattezzata, in questa fase, Ferdinandea, in onore del sovrano. I Francesi arrivarono in forze, ma la mediazioni fra i capitani evitò lo scontro rimandandolo alle decisioni politiche dei vari governi.

Formalmente gli Inglesi erano stati i primi a mettervi piede; come zone geografica l’isolotto sembrava appartenere a tutti gli effetti a Ferdinando II; i Francesi erano interessantissimi a rafforzare la loro presenza nel Mediterraneo.

Nel Novembre del 1831, tuttavia, ci pensò l’isola stessa a risolvere il problema della sua appartenenza. Essendo essa composta prevalentemente da tefrite, materiale facilmente soggetto all’erosione delle onde, iniziò dapprima a ridursi in dimensione, in altezza per infine inabissarsi definitivamente nel gennaio 1832. Mettendo così fine (almeno per il momento) alle dispute sulla sua “proprietà”.

L’isola Ferdinandea (che pare esser anche brevemente riemersa nel 1846 e 1863) è tutt’altro che morta, solo che non è più un isola. Al momento un bellissimo scoglio che giace a circa 7 metri di profondità e che mi piace pensare non emerga per paura di esser nuovamente oggetto di dispute internazionali.

WU

PS. Tipo quest’altra storia qua, ve la ricordate?

Il Cretto di Burri

Correva l’anno 1968 nella Sicilia orientale, la notte del 14 gennaio la forza della terra si scatenò con inaudita violenza. La città di Gibellina fu praticamente cancellata nel giro di qualche minuto da un violento terremoto. Il bilancio dei morti fu di oltre un migliaio ed assieme alla devastazione ed alle perdite umane anche ritrovare la voglia di andare avanti era tutt’altro ce facile.

L’allora sindaco Corrao vide, però, una possibile via di riscatto… nell’arte. Quando non si sa da dove partire, spesso si vagliano le strade più esotiche ed altrettanto spesso si trovano le soluzioni più geniali.

L’arte come riscatto sociale, assieme alla tragedia che aveva colpito la città, attirò diversi artisti. Burri, uno di questi:

“Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa.”

Burri vide nelle macerie rimaste nella veccia ghibellina una potenziale opera d’arte. Proprio in quelle macerie il cui smaltimento era uno dei problemi di tutti.

Compattarle, armarle con del cemento, tinteggiarle di un abbacinante bianco ed usarle per erigere un maestoso monumento che ripercorresse vie e vicoli della vecchia città, esattamente dove queste si trovavano un tempo. Visa dall’altro, inoltre, l’opera appare come una serie di tagli e fratture nel terreno, ulteriore testimonianza dell’evento.

Una sorta di simulacro dell’intera città, eretto con le sue stesse ceneri. Ogni “strada” è stata replicata dunque con un percorso di due-tre metri fra blocchi di cemento alti circa 1.60 metri; il tutto su una superficie di 80.000 metri quadri!

Un luogo (o un’opera d’arte? “land art”, credo sia la definizione corretta…) decisamente da vedere, per perdersi fra la memoria del tragico evento e la desolazione che la sua ricostruzione artistica deve trasmettere.

WU

PS. L’opera fu iniziata nel 1985 e proseguì fino al 1989 per poi fermarsi… per mancanza di fondi. Solo nel 2015, con le celebrazioni del centenario della nacita di Burri, l’opera fu completata.

Te lo dico papale papale

L’etimo è alquanto semplice, papale: del papa.

E come parla il papa (o per molti, come dovrebbe parlare… “I papi hanno commesso troppe imbecillità per crederli infallibili.” diceva Bonaparte)? Beh, chiaramente, senza mezzi termini, senza fraintendimenti. Dovrebbe essere un discorso diretto ed esplicito, dovrebbe essere un messaggio chiaro e semplice. Il Papa come portatore di verità e quale modo migliore per esprimerla se non chiara e diretta?

“esplicitamente”, “in tutta franchezza”, “senza mezzi termini”, “a chiare lettere”, “sinceramente” sono tutti modi di intendere un colloquiale (in origine del dialetto romanesco, ma oggi diffuso un po’ in tutta Italia) papale papale.

La locuzione ha anche l’accezione di “tale e quale”, “pedissequamente”, “alla lettera”… insomma, identico o papale papale.

Un modo di dire di largo utilizzo, forse non elegantissimo -e che personalmente non mi piace neanche più di tanto…-, ancora relegato alla comunicazione verbale (anche se mi è capitato di sentirlo anche in quella istituzionale, soprattutto come preludio a qualche espressione un po’ colorita o volgare…); una locuzione semplice e chiara, come il messaggio che vuole trasmettere (ah, se anche senza dirlo si parlasse tutti molto più papale papale…)

WU

PS. In inglese il concetto viene reso con un ben più freddo “bluntly”, “very frankly” o flat out”