C’era una volta la Caveasphaera

Le uniche cose certe sono che è esistita e che ne abbiamo ritrovato dei fossili. Poi di cosa si tratti è una questione tutt’altro che chiusa.

Sono passati circa 19 anni dal primo ritrovamento di fossili di Caveasphaera, ma non ci è ancora chiaro con cosa abbiamo a che fare ed in particolare se abbiamo davanti una scoperta epocale oppure un qualunque abbaglio (parola forse mistificatoria per quei preziosissimi “esperimenti falliti” con cui si gettano le basi per le “grandi scoperte”).

Stiamo parlando di qualcosa che ad occhio nudo è praticamente un minuscolo granello di sabbia. Mezzo millimetro di diametro (ma che abbiamo avuto la bravura non calpestare, ma di identificare quantomeno come oggetto pieno di interesse) che solo osservato ai raggi X rivela la sua vera natura: un groviglio di migliaia e migliaia di cellule. Ah, la datazione lo colloca a circa 609 milioni di anni fa.

Il punto dolente è capire se abbiamo davanti il fossile di un animale o meno. Se confermato potrebbe essere il più antico fossile mai trovato, collocando la nascita degli animali ben prima di quella comunemente riconosciuta come “esplosione del cambriano” che è finora identificata come l’epoca in cui Madre Natura ha deciso di partorire gli animali (“solo” 30 milioni di anni fa…).

L’alternativa è che abbiamo davanti una banalissima e sporadica colonia di batteri. Il divario è enorme e con esso le nostre capacità di capire (riscrivere?) la nostra preistoria.

Quando per la prima volta la Caveasphaera fu osservata in dettaglio ai raggi X quello che si notò fu una specie di stadi evolutivi di un embrione animale. E da qui il sogno della scoperta…

Caveasphaera.png

The organism is notable due to the study of related embryonic fossils (measuring about a half-millimeter in diameter) which display different stages of its development: from early single-cell stages to later multicellular stages. Such fossil studies present the earliest evidence of an essential step in animal evolution – the ability to develop distinct tissue layers and organs

Ma quindi: la Caveasphaera è un animale? Beh, si, forse, o forse no… E quando si è effettivamente verificata la transizione da organismi unicellulari a pluricellulari? Beh, o 600 milioni di anni fa o qualche centinaio di milioni di anni dopo…

La risposta è in un granello di sabbia. Intrigante, indipendentemente dalla risposta (anche se ho come la sensazione che vorremmo chiamare quel granello papà, che lo sia o meno).

WU

Ultimo amore – tristissima e bellissima

Fresca era l’aria di giugno
E la notte sentiva l’estate arrivar
Tequila, Mariachi e Sangria
La fiesta invitava a bere e a ballar
Lui curvo e curioso taceva
Una storia d’amore cercava
Guardava le donne degli altri
Parlare e danzare
E quando la notte è ormai morta
Gli uccelli sono soliti il giorno annunciar
Le coppie abbracciate son prime
A lasciare la fiesta per andarsi ad amar
La pista ormai vuota restava
Lui stanco e sudato aspettava
Lei per scherzo girò la sua gonna
E si mise a danzar
Lei aveva occhi tristi e beveva
Volteggiava e rideva ma pareva soffrir
Lui parlava stringeva ballava
Guardava quegli occhi e provava a capir
E disse son zoppo per amore
La donna mia m’ha spezzato il cuore
Lei disse il cuore del mio amore
Non batterà mai più
E dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Lei raccolse la gonna spaziosa
E ormai persa ogni cosa
Presto lo seguì
Piangendo urlando e godendo
Quella notte lei con lui si unì
Spingendo, temendo e abbracciando quella notte
Lui con lei capì
Che non era avvizzito il suo cuore
E già dolce suonava il suo nome
Sciolse il suo voto d’amore
E a lei si donò
Poi d’estate bevendo e scherzando
Una nuova stagione a lui parve venir
Lui parlava inventava giocava
Lei a volte ascoltava e si pareva divertir
Ma giunta che era la sera
Girata nel letto piangeva
Pregava potere dal suo amore
Riuscire a ritornar
E un giorno al profumo dei fossi
Lui invano aspettò di vederla arrivar
Scendeva ormai il buio e trovava
Soltanto la rabbia e il silenzio di sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Restava l’angoscia soltanto
E il feroce rimpianto
Per non vederla ritornar
Il treno è un lampo infuocato
Se si guarda impazziti il convoglio venir
Un momento, un pensiero affannato
E la vita è rapita senza altro soffrir
La poteron riconoscere soltanto
Dagli anelli bagnati dal suo pianto
Il pianto di quell’ultimo suo amore
Dovuto abbandonar
Lui non disse una sola parola
No, non dalla sua gola un sospiro fuggì
I gendarmi son bruschi nei modi
Se da questi episodi non han da ricavar
Così resto solo a ricordare
Il liquore pareva mai finire
E dentro quel vetro rivide
Una notte d’amor
Quando dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
A lui restò solo il rancore
Per quel breve suo amore
Che mai dimenticò

WU

PS. Ero partito con la solita storpiatura. La bellezza di questa canzone ha prontamente e saggiamente fermato la mia mano. Perfetta così com’è, un vero capolavoro; il mio personale ed inutile tributo a Vinicio.

Non sapevo neanche bene come fare a non metterla tutto in grassetto… Ah, aggiungo anche se è una canzone estremamente triste nel testo, nel significato e nel ritmo… eppure fa sognare come fosse una vera Canzone d’Amore. non saprei bene come “dedicarla”…

Ora la risento.

Stamani vs Stamane

Diciamolo subito e senza troppi giri di parole: le due varianti sono entrambe corrette.

Se qualcuno (come è capitato di recente al sottoscritto) vi viene a dire che l’una o l’altra sono dialettali o errate… mandatecelo subito. Vi è una leggerissimissima variazione di forma (una delle due è una versione un po’ più aulica), ma di base NON state sbagliando.

Stiamo tecnicamente parlando di un caso di allotropia morfologica: di due forme diverse dello stesso avverbio (nel caso specifico un avverbio di tempo, tanto per…) che si differenziano unicamente per la forma, mantenendo entrambe il medesimo significato (e la medesima correttezza). Stiamo parlando di situazioni tipo: stamane/stamani, giovane/giovine, vezzo/vizio, malinconia/melanconia, etc.

Entrambe le varianti derivano anche dal medesimo etimo: ista mane. Stamane è la versione da considerarsi leggermente più aulica (essendo più simile alla radice da cui entrambe provengono), mentre stamani la variante “popolare” (benché rimane, IMHO, un avverbio non proprio di comune utilizzo). A conferma della “aulicità” di stamane vi è il fatto che è la forma usata nella letteratura più antica: da Boccaccio a Dante, prima che “il volgare” prendesse il sopravvento.

Stamane mi sento polemico, ma allo stesso tempo stamani sono prono ad imparare cose nuove. Stamattina, per intenderci.

WU

PS. E no, “stamani mattina” (oppure “stamane mattina”) è errato. E’ una forma ridondante originaria del dialetto toscano che tende oggigiorno ad avere una diffusione eccessiva (15.500 risultati su Google…) per dare una parvenza di cultura.

L’aereo letale del medico sognatore

E’ uno di quei giudizi tipicamente difficili da dare e quando vengono appioppati mi lasciano sempre la sensazione che siano frutto di una qualche posizione dello scrivente, ma il Christmas Bullet è probabilmente il peggior aereo mai realizzato (anche se, come ci è ben noto, al peggio non c’è mai fine…).

Era il 1918 quando William W. Christmas diede alla luce il suo “Bullet”. Prima di addentrarci un po’ di più sull’architettura dell’aereo facciamo un piccolo excursus sul suo inventore. Innanzitutto va detto che William era un… medico e non aveva alcuna competenza ne diretta ne indiretta nella progettazione di aeroplani. Era evidentemente un personaggio abbastanza visionario e carismatico da inseguire e realizzare (beh, diciamo almeno in parte) il suo sogno e già questo fa, IMHO, di lui una persona degna di nota.

William iniziò a dedicarsi alla progettazione di aeroplani agli inizi del 1900 e dichiarò di averne progettati già due modelli prima del bullet. Entrambi pare andarono persi in un qualche incidente (non meglio definito… inquietante) e di entrambi non vi sono tracce scritte o testimonianze storiche a parte le dichiarazioni del loro inventore.

Nonostante questa aurea (come dire… “di non completa affidabilità del soggetto”), William riuscì a convincere i fratelli McCorey a finanziarlo e la compagnia Continental Aircraft Company a supportare il suo progetto del Bullet (il capo ingegnere della compagnia, Vincent Brunelli -nome che tradisce inquietanti origini italiane- aiutò Christmas nel suo progetto limitandosi, però, al disegno della fusoliera).

ChristmasBuller.png

Il Christmas Bullet era un monoposto completamente in legno, sia nella struttura che nel rivestimento (in un’epoca in cui i rivestimenti erano in tela) per “migliorare le prestazioni aerodinamiche”… tesi ovviamente mai dimostrata dal dottore e mai confermata a posteriori…

Il monoposto montava un motore Liberty L-6 (sei cilindri) che il dottore aveva ricevuto in prestito dalla US Army per… eseguire test a terra…

Il palmare del peggior aereo mai costruito, tuttavia, spetta al Bullet sostanzialmente per la completa assenza di cavi e tiranti che rinforzassero le due ali (la controventatura delle ali, in gergo). Le due ali erano praticamente attaccate solo alla base alla fusoliera (in alto, pergiunta). La caratteristica non era un “errore progettuale” ma una vera e propria “scelta tecnica” del medico che voleva che le ali del Bullet potessero flettersi in volo… proprio come quelle degli uccelli… (le ali di spostavano verso l’alto di circa mezzo metro durante il volo !).

Oltre il discutibile progetto, il Bullet fu anche costruito dalla Continental con materiali di risulta che erano oggettivamente inadatti a sopportare le sollecitazioni durante il volo. Il Bullet vide la luce in due esemplari.

Il primo volò fra il dicembre 1918 ed il gennaio 1919, le ali si staccarono dalla fusoliera ed il pilota collaudatore morì nello schianto (… sotto gli occhi della madre invitata al volo inaugurale… se proprio vogliamo essere macabri e precisi). Il secondo prototipo volò nel maggio 1919 ed anche in questo caso, immancabili, le ali si distaccarono dalla fusoliera causando ancora una volta la distruzione dell’aereo e la morte del pilota (ah, dovette anche cambiare motore quando la US Army si accorse dell’utilizzo improprio del Liberty L-6 ed ebbe notizia che il motore era andato distrutto…).

Il progetto venne quindi, finalmente, abbandonato. Ma la cosa non scalfì più di tanto la “visionarità” (e l’ego) di Christmas. Millantò una serie di richieste ed ordini del Bullet e di brevetti (che non possedeva) nella speranza di trovare altri finanziatori. Pare arrivò ad affermare di esser stato chiamato per ricostruire la decimata flotta tedesca… Christmas continuò nei suoi personalissimi progetti di aeromobili fino alla fine dei suoi anni, ma nessuna altro suo aereo vide mai la luce.

Insomma, aereo e morti a parte (ah, beh…) un millantatore professionista (certamente più che ingegnere professionista) mosso da un suo sogno: costruire aerei. Sogno che purtroppo non fu, credo, curato e seguito nel modo giusto saltando a piè pari tutta la arte noiosa e stancante della coronazione del sogno: duro lavoro e solide basi tecniche… prima di venderlo il sogno, rigorosamente.

WU

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Lb-1 grosso, nero e sbagliato

Ha una massa 70 volte maggiore quella del nostro Sole, è situato a circa 15 mila anni luce dalla Terra… e non dovrebbe esistere. E’ un errore, della natura, ovviamente.

Stiamo parlando di un mostro cosmico spettacolare, un buco nero stellare (tecnicamente stelle massicce che collassano sotto la loro stessa gravità) dal peso record. Una sorta di eccezione, o meglio una rivoluzione delle nostre teorie riguardanti questi corpi celesti. Infatti secondo i “nostri calcoli” Lb-1 semplicemente non dovrebbe esistere (eppure è enormemente li!).

La nostra sola Via Lattea dovrebbe (sempre secondo i modelli che stiamo, in parte, mettendo in discussione con la scoperta di Lb-1) contenere 100.000.000 di buchi neri con una massa massima di una ventina di volte quella del nostro sole.

Un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio astronomico nazionale cinese ha invece notato Lb-1… ed è nella nostra galassia! Secondo i nostri modelli solitamente una stella a fine vita espelle gran parte della sua massa come parte dei potenti venti stellari. Quello che rimane indietro e che eventualmente collassa in un buco nero non potrebbe essere quindi così massiccio come Lb-1… E non di poco: il mostro nero in questione è circa il doppio del massimo teorico che ci aspettavamo di trovare. Ora si che ci deve (lui, ovviamente) delle spiegazioni!

La scoperta, inoltre, è di per se sconcertante: buchi neri di enormi dimensioni esistono anche nella nostra galassia! (no, non ci stanno per fagocitare) Cosa fin’ora non scontata (e che, divago, assieme alla conferma delle onde gravitazionali -che per essere generate in entità da noi individuabile devono aver richiesto il collasso di buchi neri ben più grandi di quelli che sappiamo teorizzare- contribuirà a farci capire passato, presente e futuro del nostro universo). Finora, inoltre, buchi nero stellari (che non emettono, ovviamente, luce) potevano essere scoperti solo mediante l’emissione a raggi X dei gas che fagocitavano, tipicamente cannibalizzando qualche stella compagna.

Non tutti i buchi neri però sono così impegnati a banchettare (e quindi ad emettere raggi X che li rendono visibili dai nostri “occhi”) anzi, la stragrande maggioranza dei buchi neri stellari rimane nascosta e taciturna. Il team di ricerca, per superare questo “problemino” si è affidato ad una tecnica assolutamente diversa: Lamost è un telescopio spettroscopico a fibre ottiche in grado di osservare stelle in orbita intorno a un oggetto invisibile, semplicemente attirate dalla sua gravità. L’unico aspetto che un buco nero non sa nascondere. La tecnica usata ha una percentuale di successo molto ristretta, solo una stella su un milione può essere tipicamente scovata nella sua orbita intorno a un buco nero. Nella scoperta di Lb-1 c’è stata anche una bella dose di “fortuna” (serendipity, magari).

Dopo Lamost gli altri grandi telescopi mondiali sono stati puntati sulla stalla in questione: una stella otto volte più pesante del Sole in orbita attorno a “qualcosa” … la massa stimata di questo “qualcosa” è appunto 70 volte quella del nostro Sole.

Ecco a voi Lb-1, sufficientemente grossa da mettere in crisi il nostro ego.

WU

Amara Norvegia

Ve la ricordate la lobby dello zucchero?

In Norvegia si sono messi in testa (in realtà è frutto di un po’ di statistiche, picchi di consumo, ed aumento dei casi clinici) che il consumo di dolciumi e bevande zuccherate era eccessivo.

Già nel 1922 nel paese scandinavo il governo si inventò la “tassa sullo zucchero“. All’epoca con l’evidente intento di aumentare le entrate statali. Dopo il picco di consumo degli anni novanta, tuttavia, la tassa non è stata affatto abolita, ma rivista ed incrementata. Lo scopo, in questo caso, non era tanto quello di aumentare il gettito statale, ma di migliorare lo stile di vita dei cittadini. Certamente possiamo assumere che il governo norvegese sia particolarmente altruista, ma ammettiamo che è soprattutto lungimirante: meno zuccheri, meno malattie, meno costi in una prospettiva (parola che nel nostro paese sento usare sempre più di rado) di lungo termine.

Il risultato è che dal duemila in poi in Norvegia il consumo medio di zucchero pro-capite si è ridotto di circa un chilo all’anno, precisamente da 43kg per persona per anno a 24. La previsione è che nel 2021 sarà raggiunto il consumo medio pro-capite raccomandato.

Lo strumento della tassa per disincentivare il consumo è quello più vecchio e più efficiente del mondo (quando si mette la mano nelle tasche dei cittadini la soglia dell’attenzione aumenta magicamente). Ed in Norvegia non vanno tanto per il sottile: nel 2018 il prelievo fiscale su dolciumi e cioccolato è arrivato a circa 13.55 €/kg (aumentando del 83!) e a circa 1.5 €/kg su zucchero e bevande dolcificate (aumentando di “solo” il 42%).

Ah, assolutamente non trascurabile il fatto che il paese non ha solo tassato zuccheri e dolciumi, ma l’incremento della “sugar tax” è parte di un insieme di norme volte a ridurre il consumo di zuccheri (azioni sinergiche, credo si dica, altro termine non tanto in voga dalle nostre parti). Fra queste spiccano le regolamentazioni statali per produttori e fornitori di alimenti dolcificati che ne regolamentano la pubblicità e vietano la vendita a minori di anni 13.

Mi sembra chiaro che dato un fine i mezzi si trovano. E senza neanche troppa fantasia… Sarei solo curioso di sapere quanti piedi si sono pestati “ad alti livelli” per raggiungere questo risultato.

WU

PS. Continuiamo questo “ciclo dello zucchero” con questa domanda (quanto mai attuale): ed in Italia? Beh, stiamo vivendo il periodo “della manovra” che assieme alla tassa sulla plastica sta proponendo di introdurre anche quella sullo zucchero. Tale tassa, in Italia, colpirebbe soprattutto la Coca Cola che dalle nostre parti arruola (includendo l’indotto) circa 30000 persone.

Ovviamente colossi del genere si sono subito mobilitati per mettere le mani avanti: incremento della tassazione, associato ad un aumento dei costi in generale e contrazione del mercato (chissà perché due temi che vengono sempre fuori quando bisogna giustificare qualcosa…) potrebbe avere ricadute occupazionali. Ovviamente. Ah, anche un aumento dei prezzi, altrettanto ovviamente.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #2

Il sistema solare è ancora casa, e mentre mi allontano immagino di scorgerli tutti, i pianeti erranti che obbediscono alla gravità del Sole, che se li trascina tutti, in un vortice che viaggia attorno al centro galattico. Vedrò la fascia di asteroidi tra Marte e Giove, e poi la fascia di Kuiper, il ventre gravido da dove provengono le stelle cadenti che uomini e donne imbarazzati cercano nel cielo estivo, senza sapere mai cosa desiderare, e perché.

Scuoto la testa, mi allontano dalla mappa. Esco sul terrazzo, guardo in alto. Ho imparato presto come non sentirmi perduto nel cielo notturno, i segreti che tengono insieme le costellazioni e le vedo, le stelle che sono state le mie prime guide solitarie. Ricordo Arturo, la splendente gigante rossa nella costellazione di Boote, Altair dell’Aquila, Deneb del. Cigno, che se ne stava appesa al centro esatto del mio cielo. La destinazione però deve essere un’altra, molto più lontana di così. Torno dentro, mi siedo al tavolo di nuovo. I confini di questa mappa sono i sono i confini stessi dell’Universo, fino a dove siamo riusciti a pensare.

Martin Amis scriveva che la storia dell’astronomia è la storia di una crescente umiliazione, come la creazione di storie. Dagli dèi all’io, dal geocentrismo all’universo infinito. A mano a mano che la Terra perdeva il suo centro l’uomo sapeva di non essere nemmeno il centro di sé stesso. Ci arriveremo.

La prossima tappa è Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole. Le distanze cambiano, le stelle si fanno più rare. I chilometri diventano anni luce: 4,2 per l’esattezza. Per raggiungerla con un vecchio shuttle impiegherei 160 mila anni terrestri. Situata nella costellazione del Centauro, Proxima Centauri fa parte di un sistema stellare triplo, tre stelle che girano una intorno all’altra. E intorno alle stelle più vicine alla Terra che sono stati studiati i primi esopianeti. Forse farò un giro su Proxima B, e mi godrò il freddo inverno eterno di quella prima superterra.

Poi mi verrà voglia di inseguire la grandezza e prima di uscire dalla galassia punterò UY Scuti, la stella più glande che sia mai stata scoperta. Velata di polvere, la vedrò apparire solo all’ultimo e so già che verrò sconvolto dalla sua enormità. Se fosse al posto del Sole arriverebbe a occupare l’intera orbita di Giove, facendo apparire il pianeta più grande del Sistema solare un ragazzino poco cresciuto. Sono mai anche solo riuscito a pensare, a qualcosa di tanto grande? L’universo nasconde la grandezza delle cose, rimette i pensieri al loro posto, un ordine di scala. E a questo che servono viaggi, a ordinare le cose secondo la loro grandezza, la loro importanza. Da qui la Terra è solo un piccolo accidente fortunato, uno dei modi che ha usato l’Universo di percepire sé stesso, si dice. Che cos’è la vita di un uomo al cospetto della grandezza di UY Scuci? A questa distanza perfino le divinità si misurano in chilometri, in raggi solari. Poco più di un miliardo di chilometri: ecco quanto sono grandi gli dèi.

Le altre galassie saranno come sogni di materia luminosa. Andromeda, la galassia a spirale più vicina alla Via Lattea rappresenta il futuro: tra quattro miliardi di anni e mezzo collideranno, dando vita a una grande galassia ellittica. Il suo nome scientifico è M31, un’istituzione nel cielo, visibile anche a occhio nudo nelle notti senza Luna. Poi la Galassia Sombrero e quella del Sigaro e poi Arp 273, due galassie che si danzano intorno, come in un rituale d’accoppiamento. Se mi allontanassi ancora avrei in un colpo d’occhio tutto il Gruppo Locale, come viene chiamato l’ammasso di galassie in cui siamo dentro. Ce ne sono altri, molto più grandi di così. Ammassi e superammassi che si affastellano gli uni sugli altri, come insiemi teorici impossibili anche soltanto da pensare. Sarà difficile andare più in là. Ipoteticamente sarei nello spazio cosmico, pieno di materia oscura, e tutto quello che vedrei sarebbero fasci di luce che mantengono in piedi la struttura cosmica, con il nulla alle spalle.

Tornerei a casa, seguendo una linea dritta; ma prima di prendere la via del ritorno avrei un ultimo desiderio, più intimo, da esaudire. All’interno della Via Lattea, nella direzione della costellazione del Sagittario, andrei alla ricerca di Sagittarius A, il buco nero attorno a cui tutti i nostri mondi ruotano. E’ un buco nero supermassiccio, che non riuscirei a vedere, perché ingloberebbe tutto, anche la luce. Forse, se avrò fortuna, scorgerò il suo disco di accrescimento, ma senza avvicinarmi troppo, perché la sua gravità modellerebbe a suo piacimento il tempo, e lo spazio. Ci sarà una vertigine, pensando che è attorno a quel punto che ruotiamo, mentre viviamo la vita di tutti i giorni.

Respiro forte, davanti alla mappa. Tutte le cose che mi sono immaginato saranno diverse, quando ci sarò vicino. Ci andrò. Domani, ci andrò.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Ora, a parte essermi deliziato con lo stile di scrittura di questa che più che una recensione potrebbe essere il capitolo di un libro, mi sono intrippato su questo brano (tanto da rileggerlo per un paio di sere a ripetizione) più che altro per gli spunti di riflessione “trasversali” che offre. Probabilmente sono temi tipici del viaggio, ma sono espressi in un contesto che di solito non intendiamo come tale (beh, a meno di quel gota ristretto di “turisti spaziali”, ovvio, e che comunque non osano spingersi fino alle destinazioni qui presentate).

Salutare i conoscenti per non esser certi dello stato d’animo in cui si tornerà, esser certi che quello che si immagina sarà diverso quando lo si vedrà da vicino, pensare a Giove o Saturno come fossero Manhattan o Tokyo, dimensionare le divinità (in miliardi di km!), etc. sono tanti pezzetti su cui mi costruisco un bel pensiero. Per non parlare di tutte le metafore che mi immagino esser celate nel testo: il buco nero, sogni di materia luminosa, il sistema solare come casa, e via dicendo.

Un sorriso abbozzato anche in una giornata anonima o quando sono immerso nel traffico quotidiano (fisico e mentale), grazie lettura.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #1

Sono sempre stato abituato a desiderare i luoghi più che le cose. Voglio vedere le città, disegnare i confini, camminare nelle periferie e sulle creste dei monti, immaginare me stesso nell’atto di occupare uno spazio diverso da casa: a lungo è stata la sola ricchezza che ho ricercato, la sola che mi sono augurato.

E per questo che il prossimo viaggio è così importante, così denso di significati, perché nessuno sarà mai arrivato così lontano. Lo spazio cosmico è sempre stato l’allusione più prossima della distanza. La luce tremula degli oggetti del cielo è il controcanto della loro stessa inaccessibilità. Ma solo fino a domani. Sul tavolo del salotto, sulla Terra, ho approntato da mesi una mappa diversa da tutte le altre. E piena di segnalini, di post-it e di appunti che ho ricavato a una guida appena uscita. Questa mappa è qualcosa di simile a un’iniziazione, a un programma di conoscenza: è un itinerario di viaggio.

Uno zaino, piccolo e leggero, è pronto vicino alla porta. Nella tuta pressurizzata ho messo i documenti e i biglietti e ho salutato le persone che amo, perché l’inquietudine prima di ogni partenza riguarda lo stato in cui tornerò. Quello che vedrò mi cambierà? In che modo?

Scegliere l’itinerario è stato difficile, ma il punto di partenza non poteva che essere la Luna. L’ho considerato a lungo il museo più lontano dalla Terra. Atterrerò sul Mare della Tranquillità, dopo un viaggio di tre giorni e 384 mila chilometri, immagino il momento in cui mi chinerò sopra le impronte di Armstrong e di Aldrin come ho fatto per quelle di dinosauri, sulle Alpi francesi, e mi guarderò intorno alla ricerca di una bandiera americana.

Anche se conosco la forza delle radiazioni solari mi stupirò, trovandola bianca. Il simbolo di una resa. Non avrò molto tempo, ma so che aspetterò che la Terra sorga solenne dall’orizzonte lunare, per scattare la replica di una vecchia foto che conosco a memoria, Earthrise, con tutta l’umanità e la sua storia davanti, e il niente dietro. Forse sarà l’unico attimo di commozione che potrò concedermi, perché è da lì che comincerà il vero viaggio.

Con le dita a compasso traccio le distanze sulla mappa, bevo un sorso di tè. Dalla Luna a Marte, che da qui è solo una piccola stella vagamente rossastra. Sorvolerò le sue calotte polari e atterrerò ai piedi del Monte Olimpo, alto venticinque chilometri. Sarà impossibile non pensare a quello terrestre, e pensare a quali dèi abbiano abitato lassù, secondo quale mitologia. Dovremmo costruirne una completamente nuova. Ma il monte Olimpo marziano qui è mi enorme vulcano, con una superficie paragonabile a quella dell’Italia. Mentre ripartirò mi sembrerà un grosso tendone da circo.

Sarà la volta di Saturno, che raggiungerò passando per Giove, con i suoi anelli di polvere. La Grande Macchia Rossa apparirà presto dagli oblò della navicella. E una tempesta che imperversa da secoli, un gigantesco tornado più grande della Terra, l’occhio rosso di un dio che scruta le sue lune. La missione che ha avuto l compito di esplorare Giove ha il nome della dea sua consorte: Juno. lo, Europa e Callisto – tre delle sue molte lune sono altre figure mitologiche. Saluterò di sfuggita Ganimede, il loro coppiere e l’ultimo dei satelliti galileiani e la luna più grande del nostro sistema solare.

Sfrutterò la gravità ciel maggiore dei pianeti e come una fionda mi lancerò all’inseguimento di Saturno, il guardiano della soglia, il pianeta più lontano visibile a occhio nudo. Ci vorranno giorni. Sogno Saturno da sempre. L’immagine dei suoi anelli sospesi nell’oculare del mio pomo telescopio è una visione che è rimasta impressa nel fondo della mia retina, come un marchio di appartenenza a una stirpe che ancora non esiste. Eppure Saturno è un pianeta leggero. Galleggerebbe, se immerso in una vasca grande abbastanza da sostenerlo. Ma so che quando mi tufferò nell’interstizio tra i suoi anelli di ghiaccio, come la sonda Cassini, tutto quello a cui riuscirò a pensare saranno i suoi poli esagonali, e le brillanti aurore create dal suo campo magnetico e dalle particelle espulse dalle sue lune.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Quando andiamo in vacanza, almeno per sfizio, una guida Lonely Planet l’abbiamo sfogliata. Non dico acquistata, non dico seguita, ma almeno sfogliata distrattamente in libreria si. E’ un marchio che non ha bisogno di presentazione (a ragione, IMHO). Onestamente però non avrei mai pensato si sarebbe messo a fare una sorta di “Guida Galattica per Autostoppisti” versione “consumer” per chi vuole lasciarsi questo pianeta alle spalle.

Universo – Guida di Viaggio è questa specie di guida per sognare (per ora) di andare a spasso per l’universo. Incominciando dal nostro sistema solare, passando in rassegna i nostri fratelli incatenati alla gravità del Sole per poi muoversi sempre più lontano; focalizzandosi sugli oggetti extrasolari che conosciamo un po’ meglio, oggetti stellari, galassie ed ammassi di galassie.

Lo stile è quello alla Lonely Planet: consigli su cosa vedere, come muoversi, indicazioni per arrivare, etc. Una guida al viaggio a tutti gli effetti. Il tutto contornato da storia delle esplorazioni, immagini mozzafiato e tanta tanta benzina per i nostri sogni di viaggiatori.

Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

ejiao.png

Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.