Well, I…

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E’ quel genere di cose per cui potrei ridere per ore (si, si, anche e soprattutto solo…) . Nell’ottica del rapporto uomo-donna, da uomo (ma, mi sbilancio, anche se fossi donna) il livello di onestà in certi discorsi è sempre molto ambiguo.

Inoltre si aggiunge l’aspetto intimo di queste “discussioni”; molto spesso non si afferma una propria “convinzione” se non che per sentirsi dire che non è così, che ci stiamo sbagliando, etc. Per sentirsi un po’ coccolati, insomma.

Non che uno/a non voglia dire un qualcosa di specifico, è che a volte tacere è meglio, anzi, ancora meglio è agire. Un bel bacio (o equivalenti) sono meglio di si/no biascicati. Una bella azione è meglio di tante parole, in generale e con l’altro sesso in particolare.

In pratica, sia che siamo di fronte all’altro sesso “in difficoltà” sia che siamo “in difficoltà” davanti all’altro sesso, la cosa migliore è prendere in mano la situazione (beh, ammettiamo che non tutti hanno lo charme del Barone Rosso…) ed evitare qualunque parola. Seppure con i migliori intenti è il contesto giusto per fraintendere e/o essere fraintesi. “E’ un fatto di clima e non di voglia”…

WU

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Paese monnezza

Avevo già blaterato a proposito della fantomatica isola di plastica e vedo che la storia continua. Sempre a nord del pacifico, sempre con superfici stimate di più di 700 km2, sempre un incubo che naviga, il Pacific Trash Vortex è nuovamente alle ribalte della cronaca.

in total eight million tonnes a year or a rubbish truck full of plastic every minute. There is now so much of it, an area the size of France has formed in the Pacific Ocean.

Gyro di correnti e venti che spostano tonnellate e tonnellate di plastica creando ammassi letali per la natura e tristi per chi li ha causati. Si tratta di regioni ad altissima densità di residui principalmente plastici, ma non di un vero e proprio nuovo continente. L’acqua circola velocemente all’esterno dei vortici e lentamente al loro interno consentendo l’accumulo di materiale galleggiante.

E dato che da cosa nasce cosa anche la natura si adegua: le alghe iniziano a fare da collante, gli animali si cibano di plastica con buona pace della catena alimentare e del benessere del pianeta.

Ed anche la mente dell’uomo di adegua di conseguenza. Se c’è un nuovo “pezzo di terra” allora deve essere di qualcuno e deve avere una qualche connotazione socio-politica. E poi, in fin dei conti, ci piace essere dei contestatori e provocatori.

La provocazione (Change.org docet) in questione è del Plastic Oceans Foundation che definisce come articolo 1 della carta dei diritti e doveri degli Stati:

per definire un territorio, formare un governo, interagire con altri Stati e avere una popolazione permanente. L’esistenza politica di uno Stato “non dipende dal riconoscimento altrui”.

E già qui non sono propriamente d’accordo (oppure domattina volte che dichiaro casa mia uno stato?). Ad ogni modo, partendo da questo assunto la fanta isola plasticosa avrebbe tutti gli estremi per essere definita uno stato e, paradossalmente, godere anche di una sorta di protezione ambientale come tutti gli altri stati!

So che vi state soffermando su “popolazione permanente”, ebbene si Al Gore (si, l’ex vice-presidente USA, ambientalista e Nobel per la pace nel 2007) è il primo cittadino onorario dell’isola. Il passo poi ad avere bandiera e passaporto è brevissimo…

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Mossa politica di grande impatto che pone il mondo davanti alla questione: abbiamo il 196 stato fatto di plastica o no?

WU

PS. Assumo facilmente cittadino onorario, ma vogliamo vedere il domicilio!

 

 

Imitation mix

Non sono un fan delle grandi marche, di marchi blasonati e delle mode in generale (anche perché nel frattempo che me ne accorgo le mode spesso sono passate). Capisco tuttavia che vi siano milioni di persone che ci tengano.

Che sia il marchio trendy, il beniamino dei cartoni, un ricordo di infanzia o qualunque cosa vogliate se ce la mettiamo addosso pare che gli diamo comunque una dignità maggiore rispetto a tenerla chiusa solo nella nostra mente o nel nostro cuore (se poi in alcuni casi ciò equivale a diminuire la nostra di dignità è un’altra storia).

Capisco altresì che vi siano dei casi in cui questo essere modaioli richieda un esborso economico non indifferente, spesso non alla portata di tutti. E qui, anche se io mi tirerei subito indietro, nasce la corsa al falso, al clone, all’imitazione.

Al limite (ma proprio al limite) benvenga anche questa, ma almeno cerchiamo di imitare le cose che abbiamo in mente. Imitiamo qualcosa perché abbiamo davanti agli occhi un originale a cui vorremmo tendere. No?!

Non imitiamo tanto per imitare. Non per mettere assieme cosa un po’ a caso pur di richiamare l’attenzione. La considerazione mi è scaturita da questa foto in cui mi sono imbattuto che non rende giustizia a nulla se non ad un disperato bisogno di richiamare attenzione un po’ da tutte le parti.

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Purtroppo ho visto il mitico zainetto solo in foto. L’avessi visto dal vivo l’avrei certamente comparato (ovviamente assumendone un costo in linea con l’accozzaglia di loghi e colori che riporta) se non altro per dare soddisfazione al (perverso) ideatore.

WU

Progresso

Randall (ovviamente), qui.

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Quando si dice sparare con un cannone ad una zanzara, che è poi un po’ quello che facciamo quotidianamente con tutta la tecnologia che abbiamo in dotazione…

Del nostro computer useremo (un utente medio, ovviamente) un 20% delle capacità; forse arriviamo al 50% per il nostro smartphone e, secondo me, siamo ad una percentuale irrisoria dei nuovi smarthwatch.

Ma ad ogni modo ce l’abbiamo ed oggi anche se vogliamo memorizzare un contatto sul telefono abbiamo la possibilità di fare una foto ad un biglietto da visita. Non è uno scherzo e forse sorprende solo chi come me cerca ancora i tasti meccanici.

E riallacciarsi a tutto ciò che usiamo anche se potenzialmente superato (oltre ricorda naturalmente, questo cimitero). Ovviamente non è che ogni progresso automaticamente causa un superamento di ciò che si usava prima; a parte la polvere pirica anche se abbiamo armi nucleari, usiamo ancora auto con motore a scoppio anche se abbiamo i primi tentativi elettrici, usiamo ancora (poco a dire il vero) il fax anche se ormai abbiamo milioni di modi per comunicare, usiamo ancora gli emulatori dei videogiochi delle sale giochi anni 80… ma questa è un’altra storia (vuoi mettere che figata!).

Ad ogni modo, lo spunto di riflessione è: ma davvero abbiamo bisogno di tutto ciò che ci portiamo dietro o sarebbe meglio lasciare alcune cose (…”cmd” bye bye) come erano? Forse solo un po’ di nostalgia.

WU

Consonno

La premessa è che queste cose non succedono solo in Italia. La costatazione è che alla fine dei conti, che si parli di uomini, luoghi o cose, ciò che tira un po’ tutte le file sono gli interessi economici. L’assurdità è che spesso i sogni sono fatti più per far sognare gli altri che perché ci si creda veramente. La storia è quella di Consonno.

Provincia di Lecco, anno 1962 quando Mario Bagno (“Grande Ufficiale Mario Bagno – Conte di Valle dell’Olmo”, sti ca##**#), un imprenditore immobiliare, si decise a compare l’immobiliare Consonno Brianza. E fin qui nulla di strano. Se non che l’immobiliare in questione possedeva tutte (!) le abitazioni di Consonno.

Con il cambio di proprietà ed i “sogni” dell’imprenditore tutte le abitazioni del borgo furono distrutte (in genere la demolizione è la parte più facile) per far posto alla città dei balocchi.

Nella mente dell’imprenditore c’era infatti il progetto di un mega-iper-centro commerciale, non a caso subito definito (sulla carta prima che nei fatti) la Las Vegas della Brianza (che fantasia…). Facile da raggiungere, vicino Milano, tanto spazio a disposizione ed in mano il 100% delle proprietà immobiliari. Tutto poteva andare liscio (… e come no…).

Nel progetto, integrati con il centro commerciale vi erano campetti, parchi zoologici, minigolf, un circuito automobilistico, divertimenti ed attrazioni a pioggia; con una abbondante accozzaglia di reperti e testimonianze che volevano richiamare un po’tutti i luoghi del mondo e della storia…

Il tutto, abbastanza ovviamente, non avvenne. La colpa “formale” è di qualche frana che rese difficoltosa la principale via d’accesso al borgo. La fine dei fondi dell’imprenditore (o, meglio, il loro indirizzamento verso nuovi balocchi) completarono il declino dell’idea.

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Oggi la zona è una specie di paese fantasma, monumento all’oblio ed all’incompiuto (una Sacra Famiglia post-industriale ardirei), in balia delle forze della natura e dell’uomo.

Quel po’ ancora in sesto della struttura, infatti, subì un grave danno a seguito del Summer Alliance rave party organizzato nel 2007 proprio nelle strutture di Consonno (non sono contro i rave, ma se gli “ospiti” dell’evento avessero evitato di mettere lo stabile in ulteriore stato di decadimento avrebbero avuto un posto dove tornare… di certo poco interessati alla cosa data l’abbondanza di capannoni industriali in abbandono…). Ma ad ogni modo che siano rave o amministrazioni disinteressate le cose non sono di certo destinate a migliorare.

La cosa più triste, IMHO, è che mi pare il classico monito che nessuno guarderà mai.

WU

Si, ma quant’è alto?

… e la cosa che mi stuzzica di più è che stiamo parlando di qualcosa che è sostanzialmente noto per la sua altezza…

Le misurazioni ufficiali (e Google) sostengono 8.848 m sul livello del mare per la vetta più alta del mondo. Ma le cosa sono (potrebbero) esser cambiate, anche e soprattutto a causa delle forti scosse di terremoto del Maggio 2015 (se non ve le ricordate sono quelle che hanno fatto qualcosa come 8000 vittime in Nepal, ma dato che stiamo parlando di qualcosa sufficientemente lontano da noi ci sta benissimo che il nostro cordoglio abbia avuto un veloce decorso… come natura, ahimè, vuole). Si erosione costante, il subcontinente indiano che preme verso la Cina, e piccoli assestamenti potrebbero aver contribuito, ma a seguito delle scosse di cui sopra si stima (per il momento mediante misurazioni satellitari) che la zona della vetta, a monte della faglia, si sia abbassata di circa 1 metro.

Quindi: altezza stimata Everest 8.847 m. Ma tocca rimisurarlo (e non è proprio come prendere la rullina).

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E poi ci si mettono gli aspetti politici. Il monte in questione ha un versante nepalese ed uno cinese. La spedizione del 1954 (l’ultima ufficiale) era di matrice indiana (Survey of India) e la Cina sostiene da decenni che la cima dell’Everest sia “solo” 8.844 m , quindi 4 metri in meno del valore ufficiale. Il Nepal, d’altro canto, vuole dimostrare anche di avere la capacità e la forza di organizzare una spedizione ufficiale a tali quote (cosa non banalissima, con mesi di preparazione e due finestre l’anno “sicure” per avventurarsi in cima).

Ed inoltre, quando siamo su ed iniziamo le misurazioni, lo strato di ghiaccio sotto i nostri piedi e da considerarsi o meno? Beh, allora l’altezza dipenderebbe dal luogo esatto della misurazione, dalla stagione ed anche dall’annata!

Diciamo che il numero preciso potrebbe arrivare, dubito che le controversie a riguardo si potranno placare e comunque la fama della montagna è più che altro legato al suo fascino (ad a tutti i suoi tragici morti); non è un caso che sia chiamata dai tibetani “santa madre dell’universo”.

WU

PS. E le cose si possono ulteriormente complicare. Se misuriamo il tutto dal livello del mare, è questione di metri, ma il primato dell’Everst è ancora ben saldo (in attesa dei futuri sconvolgimenti tellurici), ma se iniziamo a misurare dal centro della Terra?
Beh, il nostro pianeta assomigli ad una sfera, ma non è perfettamente rotondo. Il che pone alcune zone più vicine al centro di altre. L’Equador, in particolare, è significativamente più lontano dal centro della terra del Nepal.
Il che vuol dire che un bel montagnone equadoregno potrebbe essere, dal centro della terra, addirittura più alto dell’Everest. E si da il caso che il monte Chimborazo, montagna a sud di Quinto, misura “solo” 6.248 metri sul livello del mare.

Quindi, il punto più lontano dal centro della Terra è la vetta del monte Chimborazo, 6.384 metri. Everest secondo classificato, con 2 km in meno, 6.382 metri.

Dal fondo dell’oceano, invece, la cosa è ancora diversa ed il primato va al Mauna Kea che misura (pare) ben 10.200 m dal fondale marino…

Didgeridoo

Se lo vedete è più facile che capiate di cosa sto parlando. Ed è anche più facile che pronunciarne il nome (onomatopeico, l’avreste mai detto?). Si tratta praticamente di quella specie di lungo tubo che è uno strumento musicale australiano. Gli aborigeni dell’isola, infatti, da qualche migliaio di anni sono capaci di prendere un tubo di forma più o meno regolare, da perfettamente cilindrico a svasato, cavarlo e renderlo uno strumento a fiato (più precisamente della categoria degli aerofoni ad ancia labiale).

Si va da un metro e mezzo a più di due metri e mezzo, tipicamente di eucalipto e tradizionalmente partendo da quei rami già internamente scavati dalle termiti. Decorazioni ed incisioni a piacere, ovviamente.

Ma il vero motivo per cui mi ci sono imbattuto è che è stato di recente oggetto di studio. Studio musicale? Archeologico? Etnologo? Beh, non proprio.

Pare che il Didgeridoo abbia un particolare effetto benefico sul sonno. Si, avete capito bene. Soffrite di una di quelle sindromi da apnee notturne ostruttive o in generale disturbi respiratori del sonno (e lo dico dopo una notte completamente in bianco, e non per via della respirazione)?

Basta, “semplicemente” suonare per una mezz’ora il lungo tubone per una media di 5,9 giorni a settimana (praticamente ogni sera!) per risolvere la questione. Respirerete meglio e russerete meno (voi…) oltre che ridurrete anche la sonnolenza diurna (e certo, dormirete meglio!)

AS, a didgeridoo instructor, reported that he and some of his students experienced reduced daytime sleepiness and snoring after practising with this instrument for several months. In one person, the apnoea-hypopnoea index decreased from 17 to 2. This might be due to training of the muscles of the upper airways, which control airway dilation and wall stiffening

E lo studio, neanche a dirlo degno vincitore dell’IgNobel per la Pace del 2017, sottolinea il fatto che russare meno ed essere più svegli durante il giorno diminuisce sostanzialmente il disturbo e lo stress di chi vive, ed in particolare dorme con voi.

Regular playing of a didgeridoo reduces daytime sleepiness and snoring in people with moderate obstructive sleep apnoea syndrome and also improves the sleep quality of partners. Severity of disease, expressed by the apnoea-hypopnoea index, is also substantially reduced after four months of didgeridoo playing.

IgNobel per la Pace (almeno quella domestica) assicurato!

WU

PS. Studio a molte mani (e continenti) condotto su 25 volontari australiani (e di dove senno?) che data ben 2005!