Un misterioso So Long

Arrivederci, o piuttosto addio, ma reso con un inglesissimo “so long”. Un saluto “di addio” che lascia intendere che non sarà un rivedersi a breve. Inglesissimo e per un curioso globish-speaking anche abbastanza intrigante se pensiamo un attimo al significato delle due parole.

Le origini, spulciando un po’ in rete non sono chiarissime non solo a me. C’è chi sostiene che l’origine sia nell’irlandese “slàn” (ovvero addio) che gli inglesi hanno semplicemente storpiato in “so long”, due parole a loro familiari mantenendone comunque l’accezione.

Altra possibile spiegazione è nella New York multiculturale del XIX secolo. Un mix di nazionalità (italiani ovviamente presenti) che nei bassifondi della metropoli mischiavano, fra le altre cose, anche il loro slang. “Shalom” (Yiddish “Sholom”) era (ed è) un tipico saluto islamico che suona molto come “so long”; altro ottimo candidato da storpiare per il saluto di addi-vederci. Oppure la locuzione nasce sempre nella metropoli multiculturale ma nei paraggi del porto dove le contaminazioni erano ancor maggiori ed i saluti di addio (più che arrivederci) frequenti.

CI sono anche assonanze molto più affascinanti: i saluti scandinavi. “Adjø så lenge”, “Farvel så lenge”, “Mor’n så lenge”, che suonano in norvegese più o meno come ciao ciao per lungo tempo, si pronunciano in maniera molto simile a “so long”. E lo stesso vale per lo svedese “Hej så länge”, arrivederci per il momento. Scendendo leggermente più a sud troviamo il tedesco “[i]adieu so lange”[/i] che suona più o meno come “ci incontreremo ancora” (ed ovviamente da “so lange” a “so long” è un attimo…).

Insomma, l’origine della locuzione non è per nulla univoca, e capisco che intriga anche madrelingua e linguisti; mi pare in ogni caso che più che il significato, o una sua possibile evoluzione, dei due termini in se sia una questione di assonanza (Stroppiata) da chissà quale radice. Cionondimeno, oggi il modo di dire (spesso, ammetto, usato anche impropriamente) è ormai uno standard del lessico inglese, e mondiale.

WU

PS. Ovviamente, tanto per citarne una, come non pensare a questa (attorno al minuto 1.20) …

Alberi da battaglia

Pare che (la storia è abbastanza intrigante, ma il disclaimer è d’obbligo) ci siano stati colpi di genio per i soldati costretti ad estenuanti campagne sul fronte di guerra, a tu per tu con il nemico. Cosa non si fa per sopravvivere.

Gli alberi, ad esempio. Quale nascondiglio o rifugio migliore per osservare il nemico da vicino ed evitare di esser visti ed attaccati? Ovviamente la difficoltà sta “solo” nel mettersi dentro un albero… Ed infatti lo stratagemma messo in pratica durante la Prima Guerra Mondiale, dai francesi (in primis, poi mutuato anche dai tedeschi) consisteva nel sostituire l’albero con qualcosa di identico, ma adatto allo scopo.

Il primo passo era quello di individuare un albero idoneo; ne troppo alto ne troppo basso, abbastanza vicino alle linee nemiche ed un po’ defilato. L’albero veniva quindi studiato nei minimi dettagli, ridisegnato con minuzia con lo scopo di fornire un “progetto esecutivo” ad abili fabbri. Gli artigiani riproducevano quindi le fattezze dell’albero (dai rami ai dettagli della corteccia che veniva riprodotta applicando un tessuto apposito sulla superficie esterna) avendo cura di riservare un tubo di acciaio all’interno del quale potesse arrampicarsi, più o meno comodamente, un soldato. Una volta che la copia in ferro (corazzato, eh!?) dell’albero era pronta si procedeva nottetempo (magari con un po’ di copertura di fuoco di artiglieria per confondere il nemico e nascondere eventuali rumori) con l’operazione di sradicamento dell’albero vero e sostituzione, ovviamente nella stessa posizione e con lo stesso orientamento, dell’albero farlocco.

I soldati potevano quindi arrampicarsi su una ripida scaletta fissata all’interno del tubo portante dell’albero posticcio ed appollaiarsi su una specie di seggiolina dalla quale mediante piccoli fori e periscopi potevano osservare da vicino e senza dare nell’occhio i movimenti dei nemici.

Il trucco, una volta scoperto dai tedeschi venne adottato anche da loro. Insomma, l’idea funzionava, stava tutto nella bravura degli artigiani e nella silenziosità e precisione della sostituzione. Mi immagino comunque che vedere un po’ di movimento dei nemici sotto uno specifico albero qualche perplessità avrà pur dovuto sollevarla…

Cavalli di Troia in chiave militaresca, storie di soluzioni anche se oggi sarebbero escamotage che strapperebbero solo qualche sorriso.

WU

Universo 25

Universo 25 = il giardino dell’eden. Almeno per i (poveri) topolini che vi hanno partecipato ed almeno in teoria.

John Calhoun ideò un esperimento decisamente intrigante per studiare gli effetti del sovraffollamento della popolazione in un ambiente privo di “problemi”, ovvero senza restrizioni esterne tipo mancanza di cibo o malattie. I topi erano, ovviamente, i soggetti ideali epr il suo esperimento e così nacque “Universo 25”, una sorta di gabbia dorata in cui un gruppetto di elette cavie poteva disporre di cibo infinito, nessuna malattia, molto spazio per nidificare e simili amenità da giardino dell’eden.

John provò a metter su l’esperimento diverse volte, “Universo 25” ne è la sua versione più famosa. Siamo nel 1968 quando le gabbie dorate, progettate per ospitare fino a ben 3880 esemplari (!), furono riempite: 4 maschi e 2 femmine per iniziare. L’ambiente veniva pulito ogni 4 settimane, la temperatura era tenuta costantemente intorno ai 20 °C e gli esemplari furono selezionati come “sani” e quindi scevri da qualunque patologia. La popolazione aumentò velocemente fino ad un periodo di picco in cui le cavie si riproducevano ad un ritmo tale da far raddoppiare la popolazione ogni 55 giorni.

I topi iniziarono a subire i primi segni di stress quando la popolazione raggiunse i 600 individui. Gli spazi vitali non erano al limite, ma sicuramente iniziavano a ridursi ed i topolini, abituati ad avere a disposizione tutto ciò che gli serviva illimitatamente da sempre, iniziarono a soffrirne. La prima conseguenza di questo “stress da sovraffollamento” fu la sensibile riduzione della velocità di crescita della popolazione.

Quando la popolazione dei roditori superò una sorta di soglia critica (attorno al migliaio di esemplari), il giardino divenne un inferno. I comportamenti dei topolini cambiarono radicalmente e repentinamente tanto da non fargli seguire più alcuna regola naturale. Gli abitanti del giardino si riunivano negli spazi comuni in attesa di esser nutriti, iniziarono ad aggredirsi l’un l’altro ed anche i comportamenti sessuali divennero caotici: sempre meno femmine venivano ingravidate ed ancor meno portavano a termine le gravidanze. E come se ciò non bastasse quelle che arrivavano a partorire tendevano ad ignorare la prole.

La popolazione iniziò a calare ed il passo successivo fu la segregazione in gruppi.

Si creò un gruppo di esemplari, definiti “I Belli“, che riuscivano ad evitare la lotta, non si mischiavano con la massa, pensavano solo a nutrirsi, pulirsi e mangiare. Vivevano all’interno di Universo 25, ma non facevano più effettivamente parte della popolazione. I Belli rimanevano al sicuro, sul loro piedistallo, ma non avevano praticamente più contatti sociali tanto da arrivare a non essere più in grado di accoppiarsi e men che meno prendersi cura dei piccoli.

Poi si creò il gruppo delle femmine che a loro volta si separarono dal gruppo; rimaste senza protezione e senza “corteggiamento”, si isolarono nelle postazioni più elevate con il solo scopo di difendersi dalle aggressioni dei maschi perdendo qualunque attitudine a svolgere ruoli materni ed occuparsi dei piccoli. Qualora riuscivano a partorire abbandonavano i figli o, in casi limite, li mangiavano benchè non vi fosse alcun problema di disponibilità di cibo. La mortalità infantile raggiunse il 95%

I topi in generale erano ormai incapaci di rapporti sociali e non seguivano più alcuna legge della natura.

Dopo 560 giorni di esperimento, la popolazione di Universo 25 aveva raggiunto i 2200 individui, ma non vi erano più nuovi cuccioli. La popolazione iniziò un rapido crollo dovuto alla completa perdita della capacità produttiva degli individui, sia maschi che femmine. Tale declino fu inesorabile e continuò anche quando la diminuzione della popolazione portò ad un nuovo aumento degli spazi vitali disponibili. La “popolazione media” fu la prima a perire, “I Belli” rimaseero fuori dal contesto sociale ed erano comunque ormai incapaci di riprodursi ed il gruppo delle femmine rimase barricato nei livelli più altri altrettanto con nessuna intenzione di riprodursi.

La morte sociale, come la definì Calhoun stesso, sopraggiunse prima di quella fisica e condannò l’intera popolazione all’estinzione.

«Mortalità, morte del corpo = la seconda morte

Drastica riduzione della mortalità = morte della seconda morte = morte al quadrato = (morte)2

(Morte)2 porta al disfacimento dell’organizzazione sociale = morte delle classi dominanti

Morte delle classi dominanti porta alla morte spirituale = perdita della capacità di impegnarsi in comportamenti essenziali per la sopravvivenza della specie = la prima morte

Quindi: (Morte)2 = la prima morte»

L’interpretazione dei risultati è molteplice, ma certamente il parallelismo con la razza umana è una terribile profezia. Secondo Calhoun il problema principale che condannò i topolini non fu tanto il sovraffollamento abitativo quanto le elevatissime iterazione sociali a cui topi erano naturalmente portati e sottoposti nel caso di Universo 25. Gli essere umani sono (dovrebbero) essere un po’ più bravi a gestire lo spazio e el iterazioni sociali, abbiamo una struttura sociale che un po’ ci “segrega” naturalmente e questo, in un caso estremo di sovraffollamento, potrebbe aiutarci (insomma, qualche spazio e momento di isolamento ci serve proprio per sopravvivere). L’esperimento non mise mai in discussione la disponibilità di cibo, cosa che invece potrebbe tranquillamente succedere in uno scenario “umano” di “Universo 25”.

Si, lo so è uno scenario decisamente distopico per la razza umana, ma mi consolo pensando che in fondo noi non siamo topi.

WU

118 dB, il Mi del Big Ben

Il grosso campanile neogotico domina sia l’immaginario collettivo che il panorama del cuore di Londra. Da buon edificio di un paio di secoli (fu edificato fra il 1834 ed il 1858) è pieno di curiosità, particolarità, semi-misteri; insomma tutte cose che ad una certa età non si negano a nessuno.

Ero partito con la domanda, forse triviale, del perché del nome (Big Ben e non Big Bang, eh!!) e mi sono imbattutto sulla nota della campana.

Fingendo, comunque, di andare in ordine, la Clock Tower fu ufficialmente battezzata Elizabeth Tower in occasione del giubileo della Regina del 2012, ma il suo soprannome è stato, è e sarà, Big Ben. Chi sia veramente Ben è faccenda controversa, potrebbe essere un tributo a Sir Benjamin Hall, membro della Camera dei Comuni e supervisore dei lavori per la ricostruzione del palazzo di Westminster, oppure del campione di boxe dei pesi massimi (cazzotti come rintocchi, eh!?) Benjamin Caunt che combatté il suo ultimo incontro in concomitanza con la consegna dei lavori della torre campanaria. Un’altra teoria, un po’ più ardita, vuole che Big Ben sia la storpiatura del nome della campana, “Great Bell” o “Big Bell”, divenuta poi “Big Ben”.

Il Big Ben, quel che sia il nome ed il suo significato, custodisce la Great Bell. In origine era un mostro da 17 tonnellate che tuttavia fu irreparabilmente danneggiato durante i test prima del montaggio nella torre; la campana allora fu rifusa, utilizzando lo stesso metallo, per creare quella attuale: 2.2 metri di altezza, 2.7 metri di diametro e 13.8 tonnellate. Era il 1858.

La campana fece il suo primo rintocco il 31 Maggio 1859, ma anche il nuovo disegno non era abbastanza resistente e la campana si fratturò. Essendo ormai in posa i costi per una ulteriore fusione erano esorbitanti e si decise pertanto di ripararla anziché sostituirla. Ed è proprio a quella riparazione che si deve il suono caratteristico, e forse anche un po’ stonato dell’orologio, che suona sempre e solo in una singola nota: Mi a 118 decibel.

Il suo batacchio pesa la bellezza di 200 kg (è una campana “vecchio stampo”, letteralmente, non stiamo mica parlando di megafoni e registratori!) che è stato posizionato per evitare di colpire la crepa. La campana è anche attorniata da 4 carillon che sono invece usati per i rintocchi dei quarti d’ora (leggermente più acuti di quelli della campana principale) in sol, fa diesis, mi e si.

L’orologio principale, da cui dipendono sia la campana che i carillon, ha un vecchio meccanismo a pendolo; il bilanciamento e la regolazione del quale è assicurato da alcuni pesetti. La regolazione fine, fino a 2/5 di secondo su un giorno si ottiene aggiungendo o rimuovendo vecchie monetine da un penny (che mi immagino saranno custodite altrettanto gelosamente come tutto il meccanismo dell’orologio).

WU

PS. E’ un po’ che non scrivo. Mi sono fermato solo (credo) perché temporaneamente (sempre credo) sconfitto dalle cose della vita. Fra impegni della quotidianità, seccature passeggiere, malanni di stagione e fesserie di simil sorta il risultato è stato aver tralasciato le cose (fra cui scrivere a caso di cose a caso) che mi ricordano che esiste anche un mondo al di fuori dei doveri e della stanchezza. Credo, eh?!

E’ dura

E’ dura

sapere di dover meritare di più

ma essere costretti ad accontentarsi

spesso

di quel poco che ci viene offerto.

E’ dura vivere di quello

che la gente non nota.

Un sorriso che accoglie.

Uno sguardo gentile.

Un silenzio che ascolta.

Ci riconosciamo come esseri speciali

anime belle

anche se a volte

ci sentiamo dei mostri.

Se solo le persone imparassero a non insistere.

A non chiedere quando non si deve.

A stare vicino come si dovrebbe.

Il dolore si accarezza.

La paura si rispetta.

Se solo le persone imparassero

a parlare un po’ di meno

e ad abbracciare, un po’ di più.

È dura

trovarsi spalle al muro

per aver mostrato

una fragilità scambiata per difetto

quando invece è poesia.

Per aver risposto alla violenza

con coraggio e con dolcezza.

È dura

ma la vita è questo.

Un cerchio che non si chiude mai.

Un continuo farsi strada

in mezzo a tanti.

E allora petto in fuori

amore in spalla

e andiamo avanti

[Andrew Faber]

Altro che sapersi accontentare, o forse le due cose sono complementari?

Vi risparmio grassetti ed elucubrazioni del caso.

La lascio solo come spunto di riflessione, magari da leggere e rileggere, durante questi giorni di festa. Vorrei staccare per un po’, ma non tanto della incombenze quotidiane quando proprio con la testa; una sorta di pausa mentale certamente più difficile da prendere di una fisica. Non credo ci riuscirò, per un misto fra immancabili incombenze di fine anno (che immancabilmente lo scavalleranno) che non vogliono chiudersi ed una scarsa propensione personale con la quale mi approccio a questo Natale.

Riflessioni sparse, ma solo per sottolineare che, “è dura”.

WU

PS. Andrew Faber, al secolo Andrea Zorretta, è un poeta e compositore romano. Autore di tre raccolte di poesie ed un libro semi-autobiografico, è IMHO (che, ci tengo a sottolineare, non sono certamente un critico letterario) uno che di talento ne ha.

Il Ronna ed il Quetta

Che siamo nell’era dei Big Data non sono certo io a doverlo dire. Che siamo sommersi dalle informazioni, dai dati, dai numeri, neanche. Che molte delle info siano inutili o molti dei dati mal processati (o utilizzati in base al risultato che si vuole ottenere) neanche, forse.

Comunque, avevamo già a disposizione lo yottabyte: 10 alla 24esima byte. Una quatità di informazioni che richiderebbe una sfilda di DVD che farebbe più volte il giro della terra. Evidentemente non abbastanza. Ora ci serve qualcosa con 10^27 e 10^30, il Ronnabyte ed il Quettabyte, appunto.

I nuovi prefissi sono stati battezzati alla Conferenza generale sui pesi e sulle misure, tenutasi nel Novembre di quest’anno a Parigi (il precedente aggiornamento della scala dei prefissi risale al 1991!). La genesi deriva proprio dalla necessità del mondo dei “big data” di scambiarsi informazioni in un formato intellegibile ed univoco, proprio come si confà al sistema delle unità di misura.

Per rispettare la simmetria nella scala delle unità di misura sono stati introdotti anche i corrispettivi “piccoli” di queste unità: ronto, 10^-27 e quect, 10^-30. Diciamo che sono più che altro una conseguenza dei fratelloni, ma ora che ce li abbiamo li useremo di sicuro.

Nati dai byte, una volta battezzati come prefissi possono essere usati con ogni gradezza: sei rannogrammi sono circa il peso della Terra ed un quectogrammo quello di un elettrone.

Pare, inoltre, che con questi comunque siamo un po’ al limite dei possibili prefissi immaginabili basati sulle lettere dell’alfabeto, per grandezze ancora più grandi e/o più piccole dovremo cambiare paradigma, un nome tanto lo si trova di sicuro.

Non credo sia solo un problema di classificazione di dati, ma sia un prefisso che ben descrive la direzione verso la quale ci stiamo muovendo: non è più un problema di disponibilità di informazioni, ma di utilizzo ed un ronna o un quetta ampliano a dismisura il mare all’interno del quale doversi orientare. Problemi dei giorni nostri, e delle future generazioni.

WU

La cattedrale vegetale, amen

5 navate, 108 colonne. Se mi fermassi qui sarebbe alquanto intuibile che sto parlando di una struttura, magari una chiesa.

1800 pali di abete, 600 rami di castagno. Qui le cose si complicano, ma potrei aiutarvi dicendo che… sto sempre parlando di una chiesa.

Land art, credo si chiami (tipo questo, ma in tutt’altro stile).

La cattedrale vegetale è il simbolo di un progetto di rilancio del parco delle Orobie Bergamasche (a qualche minuto da Lodi, sulle sponde dell’Adda), il Monte Arera che si “propone di rilanciare e di valorizzare la ricchezza e l’unicità delle specie vegetali alpine che crescono nel Parco e sui crinali delle Orobie Bergamasche.”

L’artista è Giuliano Mauri, che ci ha lasciato nel 2009 che si è immaginato “Una struttura interamente costruita in materiale vegetale locale, realizzata su un dosso isolato lungo la salita per il Pizzo Arera e circondata da una cortina naturale di alberi”.

Le colonne sono costituite da pali di legno conficcati nel terreno che fanno da supporto a giovani alberi di faggio che crescendo prenderanno gradualmente il posto della struttura che diventerà quindi una vera e propria forma e struttura di “cattedrale vegetale”. La struttura misura 77×22 metri e l’altezza (ora realizzata dai pali di supporto, ma alla quale si stima arriveranno gli “alberi portanti”) è di 16 metri. L’larea stessa su cui si erge è un simbolo dell’intervento umano a favore, questa volta, della natura: un dosso realizzato al di sopra di un terreno industriale abbandonato e bonificato. Fra una ventina di anni quindi le strutture di supporto marciranno da sole ed i robusti faggi daranno vita al capolavoro già sapendo di essere anche essi stessi soggetti allo stesso ciclo di deperimento inevitabile per tutte le forme viventi.

E’ ovviamente un progetto “green” e destinato ad essere visto realizzato nelle generazioni che verrano. Costo totale stimato, circa 300.000 € (ci sono in mezzo la Regione Lombardia, Comune di Lori ed ente della Triennale di Milano), neanche tanto se ci pensiamo, per avere una chiesa destinata a crescere, letteralmente, nel tempo.

L’arte che incontra il territorio, e la caducità delle cose.

O meglio, questo sarebbe dovuto essere il suo futuro.

La Cattedrale è stata ferita, troppe volte, senza essere mai curata da nessuno. Gli ultimi colpi con la ruspa sono stati dati nella notte, quasi di nascosto, di fretta, per non lasciare forse il tempo alle persone che avevano a cuore quell’opera di reagire, di indignarsi. Non è stato avvisato nessuno: la famiglia Mauri, l’Associazione, la città. A nessuno è stato spiegato nulla. Personalmente auspico solo che chi governa la città oggi possa ragionare su come restituire, come forme e modalità nuove, una opera che era servita anche come grande volano turistico per nostra bella città._

La Cattedrale Vegetale è stata rasa al suolo dopo due anni di vita, dall’Aprile 2017 al Dicembre 2019. quando le ultime colonne sono state abbattute e la pila di tronchi e rami accatastata a terra rimossa. La motivazione addotto è stata un misto fra difetti di costruzione, mancata manutenzione e danni dovuti al tempo. Delle 108 colonne ne restavano in piedi solo 13 che hanno fatto spazio ad un percorso ciclopedonale (che si spera non faccia la stessa fine)

L’installazione ha correttamente seguito il suo ciclo di nascita, vita, morte. Forse solo un po’ troppo velocemente.

WU

Impara da amare Moxie

Correva l’anno 1876 quando il Dr. Augustin Thompson, parte dello staff della Ayer Drug Company di Lowell, nel Massachusetts brevettava un farmaco. La “Moxie Nerve Food” fu creata per creare una serie di disturbi che andavano dalla demenza alle disfunzioni erettili; insomma un di-tutto-un-po, una pozione magica nella vita reale (genesi che, non a caso, condivide con la Coca-Cola…).

Nel 1884, alla bevanda fu aggiunta dell’anidride carbonica per renderla gassata e la campagna di marketing cambiò non commercializzandola più come una cura (che per di più pare avesse anche effetti collaterali nella posologia indicata, “opacità del cervello” e caduta dei capelli…), ma come una sorta di “tonico” fortificante, per dare un po’ di energia.

Come avrete capito, la Moxie è stata la prima bevanda analcolica in bottiglia creata negli Stati Uniti e commercializzata ben due anni prma della Coca-Cola.

La Moxie pare (mai assaggiata, ma a questo punto sono curioso) abbia un sapore di birra, soda, zenzero e genziana (forse con una spolverata di cannella e noce moscata), forse non proprio amabile al primo sorso. E’ una bevanda relativamente forte (anche se sempre analcolica) e con un forte retrogusto; forse per questo si è creata la sua nicchia di mercato senza “spopolare” come la Coca-Cola e simili. Insomma, una roba “da duri”, da imparare ad amare, come recitava una delle campagne commerciali della bevanda.

Il logo della bevanda era un altro piccolo capolavoro: un giovane dal sopracciglio solcato e ben acconciato, chinato sull’etichetta, che punta con un dito accusatorio mentre indossa un camice da laboratorio bianco (camice che ricorda appunto l’origine farmaceutica della bevanda). Forse un po’ retrò nei tratti, ma decisamente più esplicativo degli asciutti loghi della concorrenza. E mi ricorda parecchio anche lo zio Sam.

La Moxie è la bibita ufficiale del Maine, stato natale di Thompson, dal 2005. A luglio ci sono i “MoxieDays” durante i quali i “Moxieheads” ci vanno giù pesante con la versione americana della Soda+. La Coca-Cola, che custodisce gelosamente la sua identità nel suo sancta-sanctorum, ha annunciato l’acquisto di Moxie (in realtà la Coca-Cola Bottling Company of Northern New England Inc.) per una somma non rivelata il 28 agosto 2018.

WU

PS. Originatosi proprio dal nome della bevanda, negli anni ’30, il termine Moxie ha trovato un suo posto anche nello slang americano. “Quel ragazzo ha il moxie!” vuol dire più ho meno che ha energia, determinazione, coraggio, audacia, insomma nervi saldi, alimentati dalla bevanda.

A volte affondano, a volte no…

Feces of more than ten percent of healthy individuals consistently float and this is not linked to any specific pathology. Notably, one out of four patients with functional bowel disorder experience fecal floatation. The mechanism of fecal floatation is not well understood. Experimental models to investigate factors influencing fecal floatation would be of general interest but are currently not available.

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesto. Intanto fatemi dire che guardare le proprie feci non è un atto di feticismo; è un perfetto indicatore della salute di una persona, non solo della sua alimentazione.

Guardando il nostro “prodotto” ci saremo sicuramente accorti che non tutte le feci galleggiano. A volte si, a volte no. Paradossalmente (a me personalmente è questa la cosa che mi incuriosisce di più) anche all’interno della “stessa produzione”. A determinare il galleggiamento o meno delle deiezioni (e questo è facile da intuire) è il contenuto di gas.

In questa ricerca, quasi per caso, indagando sulla flora intestinale di alcuni topi da laboratorio i ricercatori si sono imbattuti in un particolare fenomeno. Ad alcuni topi era stato sterilizzato l’apparato digerente, ovvero gli era stata “eliminata” tutta la popolazione batterica (microbiota) che ne determina la flora. Ebbene, nessuno di questi topi “puliti” produceva feci galleggianti, mentre dall’altra parte le feci di un topo “normale” galleggiano circa il 50% delle volte.

La conclusione è stata quindi (non mi pare onestamente particolarmente sorprendente come risposta, ma di certo richiede soffermarci sulla domanda per avere la risposta) che fosse il microbiota a produrre i gas che inglobati nelle feci ne garantissero il galleggiamento. Altrimenti le feci sono semplicemente troppo dense e vanno a fondo.

Per fare la prova-provata i ricercatori hanno prelevato campioni di microbiota dall’intestino di topi che producevano normalmente feci galleggianti, per reintrodurli nell’intestino di quelli sterilizzati. Magia delle magie: i topi hanno ricominciato a produrre feci mediamente galleggianti.

La ricerca ha fatto anche un (parziale) passo ulteriore: quali sono i batteri, fra tutti quelli presenti nell’intestino, a generare il gas (o la maggior parte di esso) responsabile del galleggiamento delle feci?

La risposta a questa domanda non è stata univoca (vedo già altre ricerche sul tema alle porte…), ma i ricercatori hanno identificato elevate quantità di batteri Bacteroides ovatus, un batterio che non a caso è collegato alla flatulenza anche nell’uomo, che ritengono possa essere un ottimo indiziato…

Insomma, in odore (è proprio il caso di dirlo!) di Ignobel.

WU

Il fungo e la formica

… e non è una favola di Esopo.

Le termiti coltivano funghi.

E’ così, è un dato di fatto, una delle scoperte di circa un secolo fa, una delle magie di Madre Natura. Le termiti sono molto più che parassiti, come noi spesso le consideriamo. Hanno alle spalle 30 milioni di anni di evoluzione durante i quali si sono specializzate, fra le altre cose, nella coltivazione di funghi, la loro principale fonte di cibo.

I funghi in questione, specie termitomyces (un nome che la dice già lunga…), vivono in una relazione simbiotica con i loro ospiti; la cosa funziona più o meno così: le termiti sgranocchiano e raccolgono materiali organici morti (foglie, legno, erba, etc.) che le termiti semi-digeriscono prima di espellere dal loro apparato digerente direttamente sulle radici del fungo. Nei termitai ci sono camere apposite in cui i funghi vengono coltivati con temperatura ed umidità ben calibrate; una specie di fattoria sotterranea.

In questo modo le “feci” del materiale organico delle termiti, composte da materiale organico a basso livello di nutrienti, viene utilizzato per fertilizzare la crescita del fungo che sarà poi l’unico alimento delle termiti, con alto contenuto di proteine ed energia, assimilabili alla carne.

Ed è proprio da questa ultima considerazione che abbiamo avuto l’intuizione. I funghi termitomyces non si limitano a nutrire le termiti, di tanto in tanto orientativamente una volta l’anno, generano grossi funghi che vengono raccolti (e venduti). Pare che siano una vera prelibatezza (quindi costosa, no?!) dei mercati del sud-est asiatico. I funghi in questione hanno più proteine di pollo o soia ed, inutile dirlo, una sostenibilità completamente diversa ed un impatto ambientale praticamente nullo.

Oggi, tuttavia, fungoni del genere NON possono essere coltivati senza le termiti e NON siamo ancora capaci di farlo in maniera industriale (sarebbe certamente una svolta per le popolazioni con limitato accesso ad aliment di buon livello e nutrienti). Anzi, pare che i funghi “da scaffale del supermercato” che mangiamo non siano ne i migliori, ne i più saporiti, ne i più nutrienti: semplicemente sono gli unici che riusciamo a coltivare in una qualche serra in maniera massiva (detto così suona un po’ triste).

Da queste osservazioni è nato un progetto di ricerca, a guida di un gruppo di ricercatori Danesi (mi colpisce il fatto che NON sia uno di quei paesi in cui la combo termiti-funghi si sia mai vista) che prevede un doppio sviluppo:

“Per ora, possiamo coltivare micelio fungino su piccola scala, ma senza funghi. Vedremo se riusciremo ad aumentare la produzione fino a renderla redditizia. L’idea è di coltivare i funghi sui substrati vegetali di scarto. In Danimarca questi potrebbero essere trucioli di legno o paglia che altrimenti verrebbero bruciati. Qui, potremmo essere in grado di convertire parte di questo materiale in biomassa fungina, per il consumo umano o animale-agricolo.

L’altro percorso che intraprenderemo è quello di comprendere i processi naturali coinvolti quando questi funghi emergono. Cercheremo di ricreare le stesse condizioni presenti in una colonia di termiti – per quanto riguarda temperatura, umidità, CO2, composizione della biomassa vegetale, ecc. Allo stesso tempo, esamineremo quali geni sono espressi nei funghi mentre i funghi vengono prodotti. Se riusciamo a comprendere meglio la loro biologia, saremo meglio attrezzati per imitare le condizioni necessarie ai funghi in laboratorio.”

La produzione di funghi Termitomyces avrebbe quindi in primo luogo un alto valore in termini di salute e nutrizione per molte popolazioni del mondo, poi un impatto positivo sulle economie locali in tutte quelle parti del mondo in cui la simbiosi termiti-funghi avviene già naturalmente (sempre nella speranza che non siano poi le economie dei “paesi progrediti” a mettere le mani su questo business).

Insomma, un rapporto animale-“vegetale” (da cui c’è già da imparare se vogliamo sopravvivere per i prossimi 30 milioni di anni su questo pianeta) nel quale ci stiamo in qualche modo inserendo per trarne vantaggio personale; non ci vedo nulla di male fintantochè non roviniamo poi la loro ottima simbiosi.

WU