Fuma(va) come un turco

… e non uso l’imperfetto perché non c’è più (lungi da me fare la morale ai fumatori; un vizio bisogna pure averlo), ma perché i turchi potrebbero dover smettere di fumare, o meglio potrebbero essere costretti a non essere più l’icona del fumatore.

Erdogan ha formato in questi giorni una legge “tolleranza zero” per i fumatori in Turchia dando quindi il via ad una serie di decreti esecutivi che hanno come scopo ultimo proprio quello di limitare la diffusione dei fumatori e del tabacco … compresi i narghilè che ora dovranno esporre la scritta “nuoce gravemente alla salute” (come se non fosse chiaro o chi fuma leggendo la scritta cambiasse idea).

La legge vieta anche l’utilizzo di sigarette nazionali sui set dei film e nelle pubblicità, mentre introduce una sorta di censura videografica (tipo pixellamento o cose del genere) per sigarette e simili nelle pellicole/pubblicità di importazione. Anche la commercializzazione sarà rivista; le sigarette (già in vendita solo da chi in possesso di regolare licenza, almeno in teoria, per esperienza personale quale anno fa si trovavano ancora i “bagarini” sulla strada) dovranno non essere in bella mostra immediatamente visibili al consumatore-fumatore ed inoltre i negozi dovranno essere ben lontani da ospedali, scuole, università e simili.

Si, successe la stessa cosa (anzi, forse peggio) anche in Italia (e ne sono grato, da non fumatore). Ci sconcertammo per un po’, mugugnammo, blandamente protestammo, ma alla fine ci siamo adattati (rassegnati, per qualcuno) ad avere restrizioni per fumatori nella maggior parte dei luoghi pubblici.

Solo che non si diceva mica “fumare come un italiano” e per questo la cosa non mi colpì più di tanto. Nel caso della Turchia, invece, la cosa che mi colpisce più che altro perché mi suona un po’ come il pensionamento di un detto.

E di un detto che ha solide (e non fumose… lasciatemelo dire) radici storiche. All’inizio del XVII secolo regnava in Turchia il Pascià Murad IV. Si narra che tale pascià fosse particolarmente severo nei confronti del consumo di tabacco vietandone l’uso e prevedendo severissime pene (la pena di morte NON era esclusa) per i trasgressori. Una sorte di proibizionismo ante litteram.

Ma il Pascià, inevitabilmente, morì, e con esso il periodo di proibizionismo. La normale reazione fu un incremento esponenziale nei confronti del consumo di tabacco da parte dei turchi che, di nuovo liberi di consumare tabacco a piacimento, ci diedero dentro… fino ad avere la classica reazione dell’eccessivo consumo da cui il detto che stiamo per pensionare.

Corsi e ricorsi storici.

WU

Annunci

4 Agosto 1972

L’equipaggio del US Task Force 77 sorvolava Hon La, Vietnam. Sotto si vedeva la distesa del mare calmo e tutto taceva, immobile. All’improvviso il forte bagliore di un’esplosione subacquea perturbò lo scenario. Subito dopo un’altra. Ed un’altra ancora. In meno di trenta secondi l’equipaggio assistette ad un numero imprecisato (20? 30?) di esplosioni sottomarine. Era il 4 Agosto 1972 e l’operazione Pocket Money (grazie Nixon) aveva appena completato il minaggio delle acque antistanti il Vietnam con mine di prossimità.

Praticamente il 4 Agosto 1972 ci fu una sorta di ecatombe, apparentemente senza spiegazione, di parecchie mine di prossimità che avrebbero dovuto confermare la superiorità della marina navale americana.

Fin da subito fu evidente che la dinamica dell’accaduto non era affatto chiara. I rapporti internazionali erano tesi, ma non si conoscevano armi in grado di provocare esplosioni di massa di mine di prossimità. Il tutto rimase avvolto nel mistero ed il fascicolo marchiato come top-secret.

Le mine di prossimità funziona(vano) sfruttando l’interferenza elettromagnetica causata dal passaggio di qualcosa di ferro-magnetico, evidentemente abbastanza grosso) nelle vicinanze, diciamo tipo una grossa nave nemica o un sottomarino.

Il 1972 fu un anno particolarmente intenso per il sole. Il nostro sole diede chiari segnali di instabilità facendo registrare alcuni dei più intensi brillamenti mai registrati. Poi indicati come evento MR11976, comparvero in quell’anno sul sole una serie di macchie solari particolarmente intense che scaraventarono sulla terra una bella dose di particelle cariche (che, vien da se, generano una bella interferenza elettromagnetica).

04081972.png

C’è da dire che oggi siamo molto più coscienti della potenze e del rischio di un flare solare e dell’intensità della radiazione elettromagnetica emessa. Tuttavia, già nel 1972 l’ammiraglio Clarely ebbe l’intuizione di mettere in relazione l’anomala esplosione di massa con le macchie solari osservate. L’evento, inoltre, si aggiunge alle numerose interruzioni di corrente e linee telegrafiche segnalate nel Nord America negli stessi giorni.

There was an additional effect, long buried in the Vietnam War archives that add credence to the severity of the storm impact: a nearly instantaneous, unintended detonation of dozens of sea mines south of Hai Phong, North Vietnam on 4 August 1972. The U.S. Navy attributed the dramatic event to magnetic perturbations of solar storms. Herein we discuss how such a finding is broadly consistent with terrestrial effects and technological impacts of the 4 August 1972 event and the propagation of major eruptive activity from the Sun to the Earth.

Oggi lo studio “On the Little‐Known Consequences of the 4 August 1972 Ultra Fast Coronal Mass Ejecta: Facts, Commentary, and Call to Action” ha analizzato “con una prospettiva più moderna” (ovvero fruttando i progressi nella conoscenza della nostra stella) la faccenda. L’intensità calcolata della tempesta solare che si verificò alle 6:21 del 4 agosto 1972 (classificata di classe X, il massimo su una scala di cinque indicatori -A, B, C, M, X- in cui la potenza del flare aumenta di 10 volte passando da un indicatore all’altro), partendo dai dati tabulati all’epoca, si è dimostrata essere sufficiente all’eccidio delle mine che hanno quindi “sentito” l’interferenza elettromagnetica causata dal Sole e l’hanno scambiata per la corazzata da abbattere.

Ormai ai giorni nostri è solo un bel racconto (almeno per me) ed un pezzetto di storia da integrare con quella dei libri di scuola, che di certo aggiunge (IMHO) quel dettaglio che mi spinge a studiarla meglio. La verità è (anche) che studiare eventi del genere a distanza di anni con una evoluzione delle nostre competenze tecnico-scientifiche ci da un po’ la conferma che non abbiamo perso tempo e la speranza anche di capire domani quello che oggi non capiamo (o che per molti rimane magia… e.g. la teoria delle stringhe, gravità quantistica, etc.)

WU

PS. Per curiosità (o per una “esplosiva contingenza” direi) il 4 agosto 1972 è ricordato anche come il giorno dell’attentato all’oleodotto di Trieste. Serbatoi da 90.000 tonnellate di greggio che saltano in aria intasando l’aria di fumo nero e la città di pioggia acida.

Una sorta di apocalisse sfiorata al deposito costiero della SIOT come risultato di un’azione terroristica rivendicata dal Settembre Nero. La tempesta geomagnetica non centra nulla, ma conferma il 04 Agosto 192 come una giornata esplosiva.

PPSS. Oggi non è il 04.08.72 (giornata nazionale della tabellina del 4… saltando qualche termine), bensì il 06.12.18 (giornata nazionale della tabellina del 6… non dovendo saltare nessuno dei primi tre termini).

Bugie da odorare

“Lloyd, come si riconosce un bugiardo?”
“Stando attenti a quello che lo circonda, sir”
“In che senso, Lloyd?”
“Attorno ai venditori di fumo, c’è sempre puzza di bruciato, sir”
“Bisogna avere naso, Lloyd”
“Basta non passare la vita a turarselo, sir”
“Una vera boccata d’ossigeno, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Ci sono quelle a fin di bene, le omissioni, quelle fatte di proposito, quelle che sono (finte? parziali?) dimenticanze; ci sono quelle innocenti, quelle enormi, quelle fatte di proposito, quelle riservate a confessioni e quelle rivolte a tutti; ci sono quelle che confidano nelle sabbie del tempo, quelle che aspettano vendetta, quelle che pensiamo esserlo e quelle che lo sono e non ce ne accorgiamo. E di sicuro milioni di altri tipi.

Fatto sta che le bugie sono fra noi, quotidianamente. Da quelle piccole a quelle enormi. Quelle dei media, quelle mascherate da un banale “non ricordo”. I bugiardi, i loro portatori sani, siamo noi, un po’ tutti. Ed è una invenzione tutta umana e (forse) inconscia: un bambino inizia a dire piccole bugie anche senza essere mai entrato in contatto con esse (… o meglio, senza sapere di averlo fatto, dato che volenti o nolenti i genitori fanno parte del club…).

Non sono certo il santo che vuole scagliare la prima pietra. Non sto giudicando e non mi interessano i risvolti morali della faccenda (dato che ogni uomo li affronta a modo suo ed in fondo addormentarsi in pace con se stessi la sera è un lusso che ogni uomo potrebbe concedersi), quanto al fatto che bisogna avere sempre orecchie (e naso, come ci ricorda questo Lloyd) per riconoscerle.

Spesso, molto spesso, soprassediamo se percepiamo che l’interlocutore ci sta nascondendo (non per forza mentendo con malignità) qualcosa. Spesso facciamo bene (non vorremmo mica risolvere tutti i problemi del mondo, o no?), spesso non vi prestiamo sufficiente tempo o attenzione. Ma quel che sia la nostra reazione credo che la palestra per odorare la bugia debba essere quotidiana e costante. E’ forse una di quelle cose su cui lavorare sulle “nuove generazioni”, non mentirgli dicendo che il mondo è bellissimo e tutti sono sinceri (ma chi lo dice più? Neanche le nuove interpretazioni delle letture dei potei romantici…), quanto educarli a riconoscere il “grado di sincerità” dell’interlocutore. E da questo la fiducia nell’altro ed in se stessi.

Ci troviamo, quindi, nella spiacevole situazione (a tratti paradossale) in cui per imparare a riconoscere una bugia dobbiamo avere a che fare con un mentitore (beh, non ditemi che a priori non preferireste parlare con Sincero dei Sinceri…). Non è il demonio a patto che noi siamo in grado di riconoscerne i limiti. Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, ma è inevitabile. Almeno proviamoci: mentendoci nel piccolo e lasciando un po’ trasparire quando lo facciamo… proprio come ci hanno insegnato il fuco accendendolo, facendoci odorare il fumo e facendoci bruciacchiare i polpastrelli. Una inevitabile palestra di vita.

WU

There’s plenty of room at the bottom

Una sorta di immancabile tributo.

Correva l’anno 1959 e R. Feymann era impegnato nell’insegnamento. Ma sempre a modo suo. Feymann era più che altro u divulgatore scientifico (e non me ne voglia lui per l’accostamento alla moderna concezione “della categoria”…), nel senso che era in grado di parlare a pubblici alquanto variegati cercando di far passare i concetti basilari per mezzo di esempi e trasposizioni facilmente (per quanto possibile) comprensibili.

There’s plenty of room at the bottom è un suo celebre discorso nel quale Feyann affronta il tema del estremamente piccolo. Propone, ben prima che fossimo in grado di farlo (ed anche di concepirlo come fattibile) la possibilità di manipolare la materia su scala atomica, di andare a sistemare i singoli atomi per creare computer piccolissimi o micro-microscopi. Ha anticipato l’idea di “ingoiare il nostro dottore”, ovvero di ingerire un qualcosa che vada a curarci (una sorta di nano-macchine biomedicali), micro robot guidati dall’esterno che vadano ad operare puntualmente l’essere umano o anche in situazioni complesse (e piccole).

In rete il testo della conferenza si trova in abbondanza e non mancano anche versioni più o meno fedeli in italiano; riporto sotto alcuni passi che hanno colpito questo fesso che scrive, che al contempo suggerisce di leggere il testo integrale (magari anche in lingua originale).

[…]

L’argomento di cui voglio parlare è la manipolazione e il controllo di oggetti su piccola scala. Non appena menziono l’argomento, le persone mi parlano della miniaturizzazione e di quanto sia progredita fino ad oggi. Mi parlano di motori elettrici della dimensione di un’unghia di un mignolo. E c’è in vendita uno strumento, mi dicono, con il quale si può scrivere il “Padre nostro” sulla capocchia di uno spillo. Ma questo è niente, è solo il primo esitante passo nella direzione di cui voglio parlare. Essa è quel mondo, sorprendentemente piccolo, che sta qua sotto.

Nell’anno 2000, quando guarderanno a quest’epoca, si meraviglieranno del fatto che fino al 1960 nessuno avesse iniziato a muoversi seriamente in questa direzione. Perché non possiamo scrivere tutti i 24 volumi dell’Enciclopedia Britannica sulla capocchia di uno spillo? Vediamone le implicazioni.”

[…]

Bene, il titolo di questo discorso è “C’è TANTO spazio laggiù in fondo”, non “C’è spazio laggiù in fondo”. Ciò che ho dimostrato è che c’è abbastanza spazio per ridurre le dimensioni di oggetti in un modo già tecnicamente attuabile. Ora voglio dimostrare che di spazio ce n’è tanto. Non parlerò delle fattibilità pratica, ma di ciò che è possibile in base alle leggi fisiche. Non sto inventando l’anti-gravità, che sarebbe possibile solo se le leggi non fossero quelle che pensiamo essere. Sto per parlarvi di ciò che può essere fatto se le leggi sono quelle che pensiamo che siano; se non lo stiamo facendo è solo perché non ci abbiamo ancora pensato.

[…]

Se ogni unità d’informazione fosse rappresentabile tramite un piccolo cubo di lato pari a cinque atomi, stimando che nei 24 milioni di libri che esistono al mondo ci siano 1015 unità d’informazione, questi potrebbero essere condensati in un cubo di materiale grande come il più piccolo pulviscolo di polvere visibile dall’occhio umano

“Quindi c’è tanto spazio laggiù in fondo! Non mi parlate di microfilm!

Il fatto che una quantità così enorme di informazioni possa essere trasportata in uno spazio così piccolo, è naturalmente ben conosciuto dai biologi e risolve il mistero, che esisteva prima che lo svelassimo, di come, nella più piccola cellula possano essere immagazzinate tutte le informazioni per l’organizzazione di una creatura complessa come l’essere umano. Tutte queste informazioni – se abbiamo occhi castani, capelli biondi, o che nell’embrione la mascella dovrebbe prima svilupparsi con un piccolo foro di lato, in modo che in seguito un nervo possa passare da lì – tutte queste informazioni sono contenute in una sezione molto piccola della cellula, che ha la forma di una lunga catena di molecole di DNA, nelle quali vengono usati circa 50 atomi per ogni unità di informazione nella cellula.

[…]

Costruire oggetti molto piccoli potrebbe anche essere oggetto di attività imprenditoriale. Consentitemi di ricordarvi alcuni dei problemi dei calcolatori elettronici. Nei computer dobbiamo immagazzinare un’enorme quantità di informazioni. Il tipo di scrittura di cui ho parlato prima, nel quale avevo trasformato ogni carattere in distribuzione di metallo, è permanente. Molto più interessante per un computer è scrivere, cancellare e scrivere qualcos’altro. (Ciò accade di solito perché non vogliamo sprecare il materiale sul quale abbiamo appena scritto. D’altro canto, se potessimo scrivere su uno spazio molto piccolo, non farebbe alcuna differenza; potrebbe semplicemente essere buttato via dopo averlo letto. Il costo del materiale è irrilevante).

[…]

Se guardo il vostro volto, riconosco immediatamente di averlo già visto prima. Non esiste ancora una macchina che, con la stessa velocità, possa rilevare l’immagine di un volto e dire se sia un uomo o meno; e ancor meno se sia lo stesso uomo che gli avete mostrato prima, a meno che non sia esattamente la stessa immagine. Se il volto è cambiato, se sono più vicino ad esso o ne sono più lontano, se la luce cambia, io lo riconosco sempre. Bene, questo piccolo computer che porto all’interno della mia testa sa farlo con facilità. I computer che abbiamo costruito non sono capaci di farlo. Il numero di elementi in questa mia scatola fatta di osso è enormemente più grande del numero di elementi nei nostri “meravigliosi” computer. Ma i nostri computer meccanici sono troppo grandi, gli elementi in questa scatola sono microscopici. Io voglio costruirne alcuni che siano sub-microscopici.

Se io volessi progettare un computer che avesse tutte queste meravigliose abilità qualitative, dovrebbe avere, forse, le dimensioni del Pentagono. Ciò ha molti svantaggi. Innanzitutto, richiederebbe troppa materia prima; potrebbe non esserci sufficiente germanio nel mondo per tutti i transistor che dovrebbero essere messi in questo enorme dispositivo. C’è anche il problema della generazione del calore e dei consumi energetici. Ma una difficoltà perfino più pratica è che il computer dovrebbe essere limitato ad una certa velocità. A causa delle grandi dimensioni, è necessario un tempo finito per portare l’informazione da un posto all’altro.

L’informazione non può viaggiare più veloce della luce, quindi, dal momento che i nostri computer diventeranno sempre più veloci e sempre più potenti, dovranno diventare sempre più piccoli. Ma c’è tanto spazio per renderli più piccoli. Non c’è niente nelle leggi fisiche che impedisce che gli elementi dei computer non possano essere enormemente più piccoli di quanto siano ora. Ci sarebbero davvero grandi vantaggi.

[…]

Consideriamo una macchina qualsiasi, per esempio un automobile, e riflettiamo su una macchina come quella di dimensioni infinitesimali.”

Tali macchine andrebbero completamente riprogettate e costruite con materiali tipo plastica o vetro, per loro natura privi di forma propria e di disomogeneità, per evitare gli inconvenienti che la struttura a grani dei metalli potrebbe creare su piccola scala. Sarebbe necessario fare molta attenzione anche alle parti elettriche a causa della variazione delle proprietà magnetiche su piccola scala. D’altro canto, sarebbe probabilmente inutile lubrificare gli ingranaggi che, date le piccolissime dimensioni, non si surriscalderebbero, pertanto sarebbe anche impossibile far funzionare il motore tramite processi di combustione e si dovrebbe progettare qualche altro processo di produzione di energia a freddo oppure potrebbe essere sufficiente alimentarli con una fonte di energia elettrica dall’esterno.

“Quale sarebbe l’utilità di macchine del genere? Chi lo sa? Ovviamente, un’autovettura piccola potrebbe servire solo a far viaggiare gli acari e suppongo che il nostro spirito cristiano non vada così lontano.

[…]

“Quando entriamo nel mondo dell’incredibilmente piccolo, per esempio un circuito costituito da sette atomi, potrebbero presentarsi molte nuove opportunità progettuali. Gli atomi si comportano come nessun altra cosa di grandi dimensioni, dal momento che seguono le leggi della Meccanica Quantistica. Infatti, via via che scendiamo nel piccolo e ci circondiamo di atomi, abbiamo a che fare con leggi diverse e possiamo aspettarci di fare cose diverse. Possiamo produrre in modo diverso. Possiamo usare non solo circuiti, ma qualche sistema che coinvolga i livelli di energia quantica, oppure le interazioni degli spin quantici, ecc… Altra cosa degna di nota è che, se scendiamo ad un livello sufficientemente piccolo, tutti i nostri dispositivi possono essere prodotti in massa, in modo che ognuno di essi sia una perfetta copia degli altri. Non siamo in grado, invece, di produrre due macchine di grandi dimensioni che siano perfettamente identiche. Ma se la vostra macchina è alta solo cento atomi, è sufficiente un livello di precisione da 0,5 a 1% per essere sicuri che un’altra macchina sia esattamente delle stesse dimensioni, cioè cento atomi di lunghezza!

[…]

Ora potreste dire: “Chi e perché dovrebbe farlo?”. Bene, io ho indicato solo alcune delle possibili applicazioni economiche, ma so che il vero motivo per cui dovreste farlo è il puro divertimento! Divertitevi!! Organizziamo una gara tra laboratori. Facciamo in modo che un laboratorio costruisca un piccolo motore e lo invii ad un altro laboratorio che lo rispedisca al mittente con qualche pezzo che si inserisca perfettamente all’interno del primo motore.
[…]

Forse, però, ciò non è sufficiente per entusiasmarvi, solo la possibilità di una vincita economica potrebbe farlo. Perciò vorrei fare un tentativo, ma non posso farlo subito perché non sono preparato. Ho intenzione di offrire un premio di $ 1.000 al primo ragazzo che riuscirà a ridurre le informazioni scritte sulla pagina di un libro di un scala 1:25.000 in modo che sia leggibile con un microscopio elettronico. E voglio offrire un altro premio di $ 1.000 al primo ragazzo che realizzerà un motore elettrico funzionante che possa essere controllato dall’esterno e, senza considerare i cavi in entrata, sia di dimensioni non superiori a 1/64 di pollice cubo.

Sono certo che non passerà molto tempo prima che tali premi vengano reclamati!”

Una curiosità. La sfida lanciata da Feymann riguardo al nano-motore fu vinta già nel 1960, ma semplicemente grazie alle doti di un artigiano che aveva miniaturizzato il tutto senza introdurre veramente progressi tecnologici. La sfida della miniaturizzazione dell’enciclopedia britannica, invece, fu vinta nel 1985 quando Newmann ridusse “A Tale of Two Cities” ad 1/25000 della sua dimensione originaria.

WU

PS. Oltre tutte le intuizioni (anticipate da un fisico e non da un barzellettiere) geniali del discorso credo che anche il titolo abbia decretato il successo ed il perdurare dell’intervento.

Siamo molto lontani da qualunque intervento “ad una conferenza” io abbia mai sentito negli ultimi 15 anni.

Ion Drive Plane

2,45 kg di peso, 5 metri di lunghezza ed un molto-poco-romantico nome “Version Two”. Di certo non abbastanza per metterci a bordo nessun passeggero e nemmeno abbastanza romantico da raccontarlo la sera ai bambini, ma sicuramente uno di quei piccoli passi che aprono la strada a significative evoluzioni tecnologiche che plasmeranno il mondo di domani.

Sto parlando di un modello in scala di una aeroplano che è stato di recente testato al MIT. Fin qui nulla di nuovo se non fosse per il sistema propulsivo del giocattolo: vento ionico.

Ammetto che detta così sembra quasi una notizia alla “Tiscali”; cerchiamo quindi di dettagliare un po’ meglio. Si tratta di un sistema propulsivo che riesce a tenere in volo l’oggetto (ripeto, per ora tine in volo per qualche secondo un giocattolino, ma che ha comunque l’importante caratteristica di essere più pesante dell’aria!) senza la necessità di parti mobili, senza rumore e senza inquinare.

Una sorta di sogno.

Ok, ma in effetti cosa tiene per aria il giochino? Vento ionico, e che altro senno?

In the prototype plane, wires at the leading edge of the wing have 600 watts of electrical power pumped through them at 40,000 volts. This is enough to induce “electron cascades”, ultimately charging air molecules near the wire. Those charged molecules then flow along the electrical field towards a second wire at the back of the wing, bumping into neutral air molecules on the way, and imparting energy to them. Those neutral air molecules then stream out of the back of the plane, providing thrust.

Prima o poi dovrò pure dire in breve di cosa si tratta: praticamente una serie di fili elettrici (collegati nel modellino alle due estremità delle ali) fungono da elettrodo positivo (anodo), mentre un secondo elettrodo montato sulla coda dell’aereo funge da elettrodo negativo (catodo). Una volta che una bella batteria carica il sistema quello che succede è che l’elettrodo positivo sottrae elettroni dalle molecole d’aria circostanti le quali vengono naturalmente/magicamente attratte verso l’elettrodo negativo. Durante la loro migrazione di massa le molecole cariche collidono con altre molecole neutre e spingono anche queste verso il retro dell’aeromobile, generando quindi una spinta propulsiva “in avanti”. Il video qui sotto lo spiega molto meglio di me.

E’ un (forse il primo?) esercizio di sfruttamento dei principi dell’elettro-areodinamica… modello noto dagli anni venti, ma mai usato ad utili fini propulsivi. Il motivo è più che altro il fatto che la spinta generata è abbastanza debole e, nel caso di un aeromobile, sono necessarie dimensioni (e batterie) che finora hanno reso di fatto inutilizzabile l’idea. Il vero sviluppo portato avanti (… parliamo di 9 anni di ricerca) dal MIT è proprio quello di derivare un rapporto spinta/peso ideale (non ancora ottimale) per portare il principio a far decollare e tenere in volo il modellino.

IonDrivePlane.png

Senza fare parallelismi cavallereschi fra questi secondi di volo e quelli del primo volo dei Fratelli Wright (si, ok, l’ho fatto, ma è stato breve), sta di fatto che ora il lavoro si concentrerà per far uscire il concetto dal laboratorio ed applicarlo dal giocattolo a qualche drone, o veicolo “unmanned”.

[…] Aeronautical engineers around the world are already trying hard to find ways to use electric propulsion, and this technology will offer something else that in the future may allow manned and unmanned aircraft to be more efficient, and non-polluting. In particular, the fact that they have already got this out of the laboratory, and flown a battery driven model aircraft – albeit so far on a very small and controlled scale” […]

Il potenziale è evidentemente sconfinato (ed evidentemente ancora confinato ad un lontano futuro, ma almeno la direzione sembra essere quella giusta; parliamo di aerei completamente green e con vita operativa pluriannuale: immaginiamo, ad esempio di ricaricare la batteria con pannelli solari ed il sogno è completo.

WU

Il paese dei mostri selvaggi

Qualche giorno fa ho sentito, di sfuggita (rigorosamente), la seguente frase: “Il paese dei mostri selvaggi è il libro illustrato per bambini più bello di tutti i tempi”. Ora, anche se non sono un bambino (anagraficamente), dopo una frase del genere almeno la curiosità di andare a vedere di che libro si tratta mi viene… e Goooogle la soddisfa (wiki nel caso particolare).

(attenzione, segue un leggero spoiler)

Max, pare sia il nome del personaggio della storia che, travestito da lupo (direi che la passione per i travestimenti dei bambini si trasforma con i gusti dell’età più che calare) è intento, con una forchetta in mano ad inseguire il cane. La mamma pare non essere propriamente contenta della situazione e quindi ecco il castigo della cameretta. Le mura, grazie alla fervida fantasia di Max, diventano una sconfinata foresta popolata da selvaggi mostri e da qui… l’avventura vien da se.

Where the wild things are. E’ un posto spaventoso, forse, ma è il nostro posto. I mostri non assumono espressioni terrorizzanti, fanno un po’ di paura ma sorridono sempre… la vera paura Max (e questo lo capirà solo vivendo la sua mostruosa avventura) c’è l’ha solo di se, delle sue malefatte e della paura che la mamma arrabbiata possa negargli una calda cena ed un rassicurante abbraccio.

paesemostriselvaggi.png

Oggi il libro (scopro ora) è una specie di oggetto di culto e non solo per bambini, ma le critiche che lo riguardano si rivolgono soprattutto alla (presunta) mancanza di morale del libro, alla descrizione di una madre che non è in grado di disciplinare il figlio, al fatto che il personaggio sia un discolo che scappa di casa ed in sostanza all’assenza di insegnamenti positivi “facili”. D’altra parte il fatto (ripeto: non ho letto il libro… “non ha mai criticato un film senza prima, prima vederlo”) che un bimbo sia in grado di trasformare la propria rabbia (si, è un sentimento umano, fin da bambini) in fantasia credo sia di per se un messaggio forse un po’ difficile da capire e/o far passare ma forse l’insegnamento più utile “nella giungla” della vita… il vero paese dei mostri selvaggi.

Critiche immancabili, genesi controversa, editori bipolari e cose del genere hanno segnato l’ingresso del libro sul mercato, ma non di certo il suo valore. Ed in fondo, IMHO, il vero artista /scrittore in questo caso) è quello che “lancia la bomba, poi ci sono i critici che danno le interpretazioni (se servono, dato che, almeno nel caso particolare le illustrazioni sono parte integrante dell’opera e per un bimbo sono certamente più importanti di filologia da adulti).

Ah, non trascurabile il fatto che l’autore partorì il libro ispirandosi ai parenti che facevano visita alla sua famiglia la domenica pomeriggio: «Si addossavano a te con il loro respiro affaticato e ti strizzavano e ti pizzicavano e i loro occhi erano iniettati di sangue e i loro denti erano grandi e gialli. È stato orribile, orribile». Più naturale di cosi…

Aggiungo anche che la rabbia, per un bimbo (tanto perché un adulto ha più condizionamenti sociali) non è un demone da nascondere nel profondo dell’anima (con il rischio che poi un giorno ne esca gridando), ma una emozione da imparare a gestire; leggere un libro che ne parla consente ad un bimbo la possibilità di immedesimarsi nel personaggio e provare a vivere le stesse evoluzioni emotive (e voli di fantasia) del “nostro Max”.

WU

PS. Simpatico l’aneddoto:

«All’inizio il libro si doveva intitolare Nel paese dei cavalli selvaggi, ma quando divenne evidente al mio editore che non potevo disegnare dei cavalli, lei cambiò gentilmente il titolo in Wild Things con l’idea che sapessi quanto meno disegnare una Cosa! Così disegnai i miei parenti.»

PPSS. Circa 15 eurini su Amazon, ci faccio una pensata.

Uovo vs Gallina – remake

Ve la ricordate la storia della scelta fra l’uovo oggi o la gallina domani? Personalmente è una domanda che non mi viene rivolta più tanto spesso (… ho come il ricordo che da ragazzo fosse una frase un po’ più ricorrente) ne da me stesso ne da altri. Eppure il concetto rimane: preferiamo qualcosa ora e subito anche se di minor valore o vogliamo aspettare “domani” con la garanzia di avere qualcosa di più?

Beh, oggi questo studio (Archetypes in human behavior and their brain correlates: An evolutionary trade-off approach) affronta la domanda in maniera molto più sistematica applicando il concetto di ottimizzazione Pareto al comportamento umano (in breve quando dovendo trovare il meglio di due variabili non si può migliorare la condizione di una senza peggiorare la condizione dell’altra).

Praticamente si è cercato di definire un trade-off fra diverse funzioni cognitive, di personalità e di comportamento. Una sorta di compromesso fra tutte queste cose che dimostri, con approccio scientifico, a quale tipo di personalità apparteniamo e dunque come risponderemmo alla domanda dell’uovo o della gallina.

Sono state analizzate circa 1200 persone (coinvolte nello Human Connectome Project, praticamente stilare una mappa per navigare nel cervello) prendendo in considerazione misure legate a diverse funzioni cognitive, tratti di personalità e comportamento, variabili cerebrali funzionali e strutturali per arrivare a definire l’approccio di ciascuno alla ricompensa e all’autocontrollo.

I dati sono stati quindi organizzati nello spazio cartesiano all’interno di un triangolo ai cui tre vertici abbiamo tre archetipi di personalità. Il primo tipo incarna gli individui con una stabile preferenza verso le ricompense più grandi, anche se ritardate. Il secondo archetipo identifica gli individui che tendono a preferire le ricompense immediate, anche piccole a piacere. Il terzo archetipo, invece, corrisponde a un approccio più flessibile (viva viva): una preferenza verso le ricompense ritardate solo nel caso in cui queste siano molto grandi.

Lo studio è andato anche oltre; a ognuno dei tre archetipi, infatti, sono state associate caratteristiche legate alla personalità, alle funzioni cognitive, alle abitudini e alle strutture cerebrali.

Il risultato è stato che coloro che preferiscono aspettare per ottenere una ricompensa più grande hanno maggiore autocontrollo che è a sua volta indice di maggiore intelligenza (associato ad un maggior volume di materia grigia). Hanno maggiore memoria verbale, prestanza fisica e personalità più positiva, un più alto livello medio socio-economico e culturale, una personalità positiva e un maggior benessere e soddisfazione nella vita (che più?).

All’estremo opposto (tipo incontro di pugilato) coloro che si accontentano della “piccola”ricompensa subito che hanno più scarse prestazioni cognitive (… ed un minor volume di materia grigia), più alti livelli di aggressività, di ostilità e di stress, un indice di massa corporea più alto, un livello socio-economico più basso, fanno un maggior uso di droghe.

Nella buona regola di “in medio stat virtus” gli archetipi più flessibili bilanciano le due cose. Ora, studio a parte, mi pare l’unica cosa sensata da dire: come facciamo a rendere scientifico un comportamento umano influenzato (e questo è confermato anche dallo studio in oggetto) in maniera importante dall’ambiente e da fattori culturali, dalla razze, dall’etnia, etc?

Il mio scetticismo su questi studi “di massa” rimane così come la conferma che le “scoperte” di tali studi è solo una conferma di ciò che il buon senso già dice: essere flessibili nella vita non fa mai male. Valutiamo caso per caso l’uovo o la gallina; non penso che ci sia in assoluto una scelta giusta ed una sbagliata così come non credo che le correlazione degli archetipi identificati siano così forti da portarci a “stare lontani da coloro che preferiscono l’uovo”. Anzi, io stesso talvolta lo prediligo, e non me ne pento.

WU

PS. Poi, facendo un po’ di sana divagazione (ir)razionale. Ma l’uovo oggi, se ben curato non potrebbe essere la gallina di domani. Così la scelta è nettamente più facile, ma presuppone un investimento personale sull’uovo su cui oggi mettiamo le mani.