Not a leap year

Sempre perché ogni tanto ne devo parlare, anche se non centra nulla. Ed anche se mi rendo conto di non essere l’unico che in questo periodo si chiede (beh, qualche giorno fa in effetti, ma si sa che non sono sono/voglio propriamente al passo con i tempi…). Questo XKCD in un certo senso mi consola.

Quest’anno non è bisestile (il che nell’immaginario collettivo lo rende un po’ meno “funesto” del precedente, dicono). Ma se lo fosse? E se lo fosse ogni anno (qui si potrebbe argomentare che a questo punto sarebbe come se non lo fosse nessuno)? O meglio, se lo fossero solo gli anni a nostra discrezione (con buona pace dello standard mondialmente accettato e con un’anarchia temporale degna di un qualche film di Christopher Nolan…)?

Se avessimo arbitrariamente deciso che il 01.03 fosse stato in effetti l’ultimo giorno di Febbraio, oggi saremmo “ancora” al 03.03 (“numerologicamente” più simpatico dell’odierna data). Il “calendar drift” che lasceremmo nel futuro sarebbe effettivamente enorme. Un solo giorno di shift sposterebbe la fine dell’anno di un giorno (a meno di non voler prendere anche qui ulteriori decisioni “arbitrarie”)… fino al prossimo anno bisestile previsto, poi il “ritardo” inizierebbe a sommarsi e mi immagino che nel giro di un secolo (circa) ci troveremmo con un anno che ha tutto un mese bisestile (non un giorno in più in un mese a caso, ma proprio tredici mesi…). Ovviamente se rapportato all’attuale standard temporale che in realtà sarebbe tutto da ridiscutere…

Ad ogni modo, come Randall sottolinea, “I’m lived in the present for my whole life and I’m not about to move now“. Concordo, lasciamo il monto come sta, ho vissuto nel (mio, ad ognuno il suo…) presente per troppo tempo, mi sento vecchio per cambiare 🙂 .

Tanto rumore per nulla, anzi, solo per divagare un po’. Questo non è un anno bisestile; siamo già (o ancora) a Marzo.

WU

Hoba

Oggi la domanda “alla Marzullo” era abbastanza semplice: qual è il più grande meteorite rinvenuto sulla terra? Non il più grande cratere da impatto e non me ne frega nulla in questo momento di chi o cosa ha fatto estinguere i dinosauri o se qualche extra-alieno si diverte a mandarci “aeroplanini di carta”, volevo solo sapere qual è il sasso spaziale più grande che abbiamo rinvenuto sul nostro globo.

Scopro accidentalmente che il più grande meteorite rinvenuto coincide con la più grande massa di ferro di origine naturale presente sul nostro suolo. Il che ci dice già che si tratta di un meteorite ferroso (atassite, tecnicamente) che sono anche quelli che hanno più probabilità di sopravvivere “incolumi” all’ingresso nell’atmosfera e l’impatto con il suolo.

Il giga-meteorite in questione prende il suo nome dalla fattoria in cui fu rinvenuto, Hoba West, in Namibia. Il ritrovamento fu, ovviamente, accidentale: il proprietario della fattoria vi si imbatté con il suo aratro e sentendo un sordo rumore ferroso si fermò per capire che stava succedendo. Siamo nel 1920 e l’uomo si incuriosì per il colore nero della roccia che scalfita con un coltello risultava invece molto brillante. Solo le successive analisi, più che altro dettate dalla curiosità del fattore, chiarirono che si trattava di un meteorite. Il meteorite e tutto il terreno su cui giace fu quindi donato al governo della Namibia e dichiarato monumento nazionale nel 1955.

2.7 x 2.7 metri per uno spessore di 0,9 metri, una massa di circa 60 tonnellate (stimate ad oggi, 66 stimate in origine ridottisi a seguito di campioni prelevati per analisi, erosione e vandalismo) e di ferro per l’84%, il resto nichel e cobalto. Dalla forma vagamente discoidale, molto probabilmente come conseguenza della traiettoria che il sassone ha compiuto all’interno della nostra atmosfera. Il tutto circa 80.000 anni fa.

Attorno al meteorite non vi è un vero (che dovrebbe essere decisamente rilevante) cratere da impatto, molto probabilmente poiché la forma del meteorite e la sua traiettoria lo hanno fatto “rimbalzare” sull’aria (tipo sassi sullo stagno) fino a farlo impattare sul suolo molto più dolcemente di come era entrato nell’atmosfera e lasciandone quindi anche la struttura abbastanza integra (un angolo di impatto molto chiuso, in gergo).

Il meteorite, per ovvi motivi, non è stato mai spostato e si trova, con tutta la sua mole, esattamente dove “si adagiò” sulla terra migliaia di anni fa. Un luogo da vedere -Namibia? non ci ho mai pensato…-, dove storia e cosmo si sono incontrate, dolcemente.

WU

PS. Per curiosità, il secondo e terzo posto, nella “classifica” meteorite più pesante hanno una massa circa la metà di Hoba.

One-horse

Io non lo sapevo, voi certamente si. O meglio, io mi fermavo alla traduzione lessicale-letterale del dittongo, un cavallo, ma gli Inglesi (lingua che considero tutt’altro che “povera” come spesso si sente dire) hanno anche un’altra accezione per il mono-cavallo.

One-horse ha, infatti, anche il significato di trascurabile, scadente, minuscolo, da quattro soldi. Un “one-horse town” è un paesello, non un paese in cui vive un solo cavallo. Una “one-horse race” è una corsa con un solo favorito (facile facile, per lui) e non una corsa in cui partecipa un solo cavallo.

Figurativamente, scherzosamente one-horse assume anche il significato di “male in arnese”: If you have any problems with your one-horse bank, let me know.

Praticamente dall’accezione di un solo cavallo, gli inglesi “deducono” il basso valore di una cosa. Mi lancio in una possibile genesi del termine che mi immagino usato da coloro che vedevano vecchie carrozze, male in arnese, trainate da un solo cavallo, che altro non erano che lo spettro di uno sfarzo ormai in decadenza. Finta apparenza da quattro soldi, rispetto a quello che poteva essere in passato. Da li il passo è breve.

Ah, ovviamente, qui la citazione principe è:

Dashing through the snow in a one-horse open sleigh…

Che a questo punto potrebbe voler dire:

  • una slitta trainata da un solo cavallo (propendo comunque per questa)
  • una slitta da quattro soldi
  • una slitta malmessa

WU

PS. Ma lo sapevate (sempre per la serie, io no voi si) che Jingle Bells (scritta nel 1857 da James Lord Pierpont, un emerito sconosciuto, appunto con il titolo ” One Horse Open Sleigh”), in origine, non aveva nulla a che fare col Natale?! Era una canzone d’amore… più o meno. Scritta per il giorno del Ringraziamento, parla, infatti, di uno galante innamorato che porta la sua bella, Fanny Bright, a fare un giro in slitta (le strofe dopo la prima, quelle che nessuno canta mai, chiariscono il tutto).

PPSS. Ci metterei comunque questa colonna sonora qua… forse perché non mi sento propriamente in clima natalizio

La forzatura del rabarbaro

La domanda -discutibile? freudiana? nonchaiunca##odafare?- da cui ero partito per un giro in rete alla ricerca di possibili “risposte” era: si può sentire il rumore di una pianta mentre cresce? Dalla base di partenza ho leggermente deviato (neanche avessi una strada segnata da dover seguire) per poi approdare al… rabarbaro.

Imparo che la pianticella in questione venne scoperta dapprima allo stato selvatico lungo il Volga, correva l’anno 2700 a.C., circa. Da li venne poi “esportato” in Cina e Siberia per le sue proprietà curative e da li, lungo la Via della Sera (e grazie a Marco Polo), arrivò in Italia.

In Inghilterra (ove attualmente il rabarbaro è un ingradiente base un po’ di tutto, dal contorno al dolce… io, oltre a non esserne un grande fun, non saprei neanche bene come cucinarlo), attorno al 1817, venne casualmente (un primo caso di serendipity?) scoperto il metodo della forzatura coprendo delle corone di rabarbaro da gettare con della terra. Dopo una poche settimane da quelle corone spuntavano alte e fiorenti pianticelle d rabarbaro.

La forzatura è diventato il metodo, in uso ancor oggi (specialmente nel “Triangolo del Rabarbaro, nello Yorkshire… indovinate un po’), maestro d coltivazione del rabarbaro. Consiste, semplicemente, nel chiudere al buio (in capannoni o sotto campane di terracotta) ed a temperatura controllata i rizomi (il “fusto” delle piante erbacee che si sviluppa sotto terra) di rabarbaro (tipo come facciamo dalle nostre parti i sepolcri, che pure crescono decisamente in fretta… oppure come faccio cigliare le patate nello sgabuzzino). La mancanza di luce fa si che le piante crescano sostanzialmente senza clorofilla, con colori vivaci e gambi teneri e zuccherini.

Anche la verifica e successiva raccolta delle piante avviene senza perturbare troppo l’assenza di luce del raccolto: a lume di candela (il che deve essere effettivamente abbastanza affascinante). La copertura funziona dato che il rizoma del rabarbaro riesce ad accumulare abbastanza energia per far crescere sostanzialmente da sola la pianta. Passati communique 10-15 giorni la copertura viene rimossa (ormai la produzione di clorofilla è inibita), tutte le piante, per quanto poca, hanno bisogno di luce per vivere.

E quindi, tornando (almeno in parte) alla domanda iniziale, pare che la velocità di crescita del rabarbaro in condizioni di forzatura sia così elevata che, chiusi nel buio delle colture, si può letteralmente sentire crescere le piante (mi immagino qualcosa tipo un “fshhhhh” continuo).

WU

La vita, sotto sotto

Mi ha colpito, forse più delle singole notizie in se (che pur sono di altissimo profilo tecnico/scientifico), la concomitanza degli scorsi giorni con sui sono state “divulgate”. Certamente una coincidenza (si, anche per chi non ci crede), ma non per questo un parallelismo che non va (ho) apprezzato.

Siamo atterrati (di nuovo) su Marte con un piccolo rover (Perseverance, comunque lo pronunciate) con lo scopo di trovare tracce, molto probabilmente fossili, di vita (questo ve lo ricordate?). Il rover esplorerà certamente la superficie e con un piccolo trapano anche una decina di centimetri sotto il suolo.

Ora, noi qui sulla terra abbiamo un paio di “privilegi” che ci consentono di vivere sulla superficie del nostro pianeta: un’atmosfera da respirare ed un campo magnetico che ci protegge dalle radiazioni cosmiche. Queste cose non ci sono su gran parte degli altri pianeti per cui è altamente probabile che la “vita” (cosa di non facile definizione…) si sia sviluppata eventualmente sotto la superficie.

Ma che vuol dire precisamente “sotto la superficie”? Sappiamo che succede, almeno in termini di vita, sotto i nostri piedi? Fino a che profondità, in particolare, possiamo trovare forme di vita?

Sempre negli scorsi giorni, infatti, sono state divulgate le prime informazioni circa il progetto cinese Continental Scientific Drilling (CCSD). Il progetto di ricerca prevede di… scavare un buco il più profondo possibile sulla terra ferma (continental) per studiare cosa succede, in termini di “vita” e non solo, nelle profondità della Terra.

Il pozzo ha attualmente raggiunto i 5,1 km di profondità ed alla bellezza di 4,85 km di profondità sono state trovate cellule che, con tutta probabilità, appartengono a microbi. “Con tutta probabilità” dato che gli studi sono ancora in corso e (questo già lo sapevamo) la vita in profondità si svolge su scale temporali lentissime, quindi identificare capacità riproduttive o di movimento è già una sfida. Ma i presupposti per definirli come gli organismi viventi che sono in grado di vivere a maggiore profondità ci sono tutti (anzi, si ipotizza anche che per sopravvivere a quelle profondità siano organizzati in una specie di colonia e che in altre parti del mondo si potrebbero trovare “forme di vita” anche a profondità maggiori. Anzi, si sostiene anche che sottoterra ci sia una biomassa ancora maggiore di quella che c’è sulla superficie (e quindi questo pareggio forse non sarebbe ancora raggiunto…!): la quantità di carbonio nel sottosuolo della Terra potrebbe essere 245-385 volte più grande della massa di carbonio di tutti gli esseri umani sulla superficie della Terra stessa!

Prima dei risultati del CCSD, minuscoli vermi nematodi erano i detentori del titolo “vivo in profondità” ed erano stati rinvenuti a 3,6 km sotto i nostri piedi di una miniera d’oro del Sud Africa (e nei fondali marini si arriva a trovare forme di vita fino ad oltre 10km di profondità!). Oltre gli evidenti problemi di mancanza di luce, pressione, un ciclo del carbonio tutto da studiare, mancanza di acqua e di un vero e proprio ecosistema, a profondità così elevate c’è un serio problema di temperatura. A 4,85 km di profondità le temperature registrate nell’ambito di CCSD hanno raggiunto i 137 gradi, superiori ad una sorta di limite che si pensava fosse quello oltre il quale ogni forma di vita (almeno per come la conosciamo qui sulla terra) non può esistere: 122 gradi. Evidentemente tale limite va alzato, le prime ipotesi puntano a 150 gradi.

Questi nuovi valori richiedono automaticamente anche di riadattare il campo di ricerca per la vita extraterrestre, la profondità sotto le superfici alla quale spingerci (le prossimi missioni marziane puntano a metri, non centimetri, di profondità) e forse a rivedere il concetto stesso di “vita”.

WU

Ma che succede?

Ma che succede?

Non che me ne accorga direttamente, ma i folletti di WordPress sono infallibili e, benché non gli dia sempre tutto l’ascolto che chiedono (sia perché non me ne frega un granché sia perché per come è impostato il blog la stragrande maggioranza delle visualizzazioni avviene nelle home e non aprendo post specifici), ci sono alcuni “fenomeni” che mi colpiscono. O più che altro mi obbligano a chiedermi: ma che succede?

E’ da qualche giorno che i folletti di cui sopra mi segnalano un picco nelle visualizzazioni di uno specifico articolo di questo blog. Un articolo, fatevelo dire da chi ha tentato di “scriverlo” abbastanza mediocre. Diciamo che, indipendentemente da giudizi di valore, mi sono ricordato del posto solo a valle di questo picco di visualizzazioni.

L’articolo in questione è questo: Il Tubercolo di Darwin.

Ora, mi vengono in mente alcune possibili spiegazioni al fenomeno (lista incompleta e stilata di getto, ogni integrazione è la benvenuta):

  • uno/a o più professori/esse o maestri/e di scuola hanno dato da fare una ricerca sul Tubercolo di Darwin ed un anonimo blog che presenta il tema già semi digerito (beh, magari con qualche divagazione personale facile da rimuovere) è la fonte migliore (sinonimo di più semplice o più facile in questo caso);
  • l’articolo contiene così tanti errori o concetti strampalati che con un breve passaparola la gente si sta facendo un sacco di risate su quanta incompetenza ci può essere in giro;
  • mi stanno controllando il blog per paura/speranza che possa essere usato come sistema di spionaggio o per passare messaggi in codice che stanno cercando di decifrare (troppo eh?)
  • qualcuno ha un bot che apre siti a caso, ed è toccato a me ed a questo specifico post. Non c’è nessuno che ne sta leggendo il contenuto (giustamente), cumulano solo visualizzazioni per far vedere che c’è del traffico verso questo o quel sito (non saprei dire tuttavia che ci guadagno io e che motivo ha quel post specifico)
  • qualcuno sta veramente provando a verificare la teoria di Lombroso circa il legame fra Tubercolo e “propensioni poco lecite”. Non so se potrebbe essere una qualche forma di investigazione da parte delle forze dell’ordine, potrebbe essere qualche chirurgo plastico di contrabbando che sta imparando il mestiere, potrebbe essere una ricerca indipendente che mira a stilare qualche fanta-correlazione (l’incidenza del tubercolo nei soggetti colti in flagrante nei furti in appartamento?), potrebbe essere una setta che sta cercando di far tornare alla ribalta le teorie del medico.
  • il tubercolo di Darwin è tornato di moda, tipo i piercing helix a l’elice dell’orecchio (e mi illudo che la gente si voglia documentare su cosa sta bucandosi)
  • WordPress mi sta perculando

L’unica cosa che posso assicurare è che non sono io (che a volte rileggo effettivamente vecchi post a caso, se non altro per capire come sono evolute/involute le mie fisse o paranoie) ad aprire a ripetizioni vaghi concetti sul Tubercolo di Darwin.

Rimetto il link, per essere sicuri che lo apriate anche voi 🙂 .

WU

PS. Confermo, a distanza di circa due anni, che non sono riuscito a capire se ce l’ho a meno (probabilmente no, di conseguenza).

Jake, the signalman

Sulla scia di questo post di ieri, di qualche acciacco dell’età che ha tormentato la mia nottata e di un periodo lavorativo non propriamente fiorente, sono tornato con la mente a mansioni umane egregiamente svolte da animali. Primati, estremamente simili a noi per molti aspetti (si, tipo “il pianeta delle scimmie” in versione realtà), nel caso particolare. Mi sono quindi imbattuto in questa storia.

James ‘Jumper’ Edwin Wide era un dipendente del servizio ferroviario Cape Town – Port Elizabeth noto per saltare tra i vagoni ferroviari per svolgere le sue mansioni di guardia a bordo “in corsa” fino a un incidente in cui evidentemente il saltò non riuscì a dovere e James cadde fra i due convogli perdendo entrambe le gambe. James Edwin Wide (credo avessero smesso di chiamarlo “jumper”…) fu ricollocato in una mansione a terra, come segnalatore ferroviario

Un giorno del 1880, circa, vide in un mercato una scena che lo colpì molto: una babbuino chacma guidare un carro trainato da buoi (la superiorità della specie darwiniana rivista in chiave ortofrutticola probabilmente). Il primate aveva indubbie abilità che colpirono profondamente Wide (che già per questo solo aspetto doveva a sua volta essere una persona fuori dal comune).

Wide comprò il babbuino e lo fece il suo animale domestico ed assistente personale. Il babbuino prese il nome di Jack. Wide aveva veramente bisogno di Jack, data la sua condizione, infatti, faceva molta fatica a coprire il tragitto fino a lavoro e la prima cosa che insegnò a Jack fu proprio quella di spingerlo su un carretto anda-rianda per quel mezzo miglio di strada. Da quella prima mansione Jack fu quindi incaricato di pulire i pavimenti, portare fuori la spazzatura e mansioni del genere… una sorta di scimmia alla pari.

Il lavoro (anche nel suo caso non proprio emozionante…) di Wide era quello di accendere le luci di segnalazione e scambiare i binai in base al numero dei fischi dei treni in avvicinamento. Wide infatti continuò a lavorare, anche dopo l’incidente, per il servizio ferroviario Cape Town e nella piccola stazione di Uitenhage muovendo delle luci di segnalazione e spostando le leve per selezionare il binario corretto in base al numero dei fischi dei treni che da li transitavano. Lavoro adatto alla sua condizione fisica ed anche non troppo impegnativo “mentalmente”.

Nel 1881 Jack fu iniziato all’arte dell’azionamento dei segnali ferroviari sotto la rigida supervisione di Wide. Wide iniziò con la segnalazione per poi arrivare a fargli manovrare proprio le leve di scambio dei binari (chissà se gli altri servizi domestici furono abbuonati al buon Jack o no…). Si racconta che Wide fu ben presto in grado di rimanere seduto sulla sua sedia mentre Jack svolgeva tutto il compito. Il passo successivo fu quindi quello di crearsi qualche hobby mentre il babbuino “giocava” con segnali e leve.

Lo strano operatore non passò tuttavia inosservato ai passeggeri dei convogli che sollevarono, impauriti (credo), le loro rimostranze alle autorità ferroviarie. I gestori, con atto di inaspettata e spiazzante lungimiranza, non licenziarono Wide in tronco, ma decisero di testare le capacità del babbuino. Jack passò egregiamente tutte le prove a cui fu sottoposto fino ad essere… assunto ufficialmente dalle ferrovie di Cape Town. A Jack fu data una paga di 20 centesimi al giorno e mezza bottiglia di birra a settimana.

JAck servì il suo ruolo egregiamente e senza alcun incidente per circa dieci anni finché, nel 1890 morì di tubercolosi. Il teschio di Jack è nella collezione dell’Albany Museum di Grahamstown. In tutti questi anni, pare, rimase sempre estremamente legato al suo padrone che continuava communique a portare e riportare “al lavoro”.

Quando si dice (o, peggio, si lascia intendere): “il tuo lavoro potrebbe farlo anche una scimmia”.

WU

Pierre Brassau, l’artista

Nome di semi-sconosciuto artista francese che riuscì ad esporre quattro dei suoi dipinti nella galleria d’arte Svedese Gallerie Christinae a Göteborg nel 1964. Pierre espose i suoi dipinti d’avanguardia assieme a quelli di altrettanto semi-sconosciuti giovani pittori emergenti, dello stesso stile.

Ake Axelsson, giornalista svedese, fu il “curatore” della mostra, ed in particolare il tramite mediante il quale il giovane Pierre riuscì a farsi apprezzare dal grande pubblico. I critici furono entusiasti dei suoi dipinti, fu considerata la “vera rivelazione” (e perché, c’è ne una falsa?) della mostra, i suoi dipinti furono descritti come un misto di colpi potenti e delicatezza di ballerino.

Pierre Brassau paints with powerful strokes, but also with clear determination. His brush strokes twist with furious fastidiousness. Pierre is an artist who performs with the delicacy of a ballet dancer

Pierre Brassau, in relatà (cosa che fu ovviamente rivelata solo nei giorni successivi alla mostra ed ai giudizi) non era un vero artista, non era neanche francese e… non era neanche umano. Pierre era il nome d’arte di Peter, scimpanzè comune di quattro anni residente allo zoo svedese Borås Djurpark. Peter amava il blu cobalto e si ispirava nientemeno che… mangiando banane (fino ad una al minuto nei picchi di ispirazione).

Axelsson, per valutare la levatura dei critici d’arte d’avangiardia (no comment), e grazie al supporto dei custodi dello zoo, aveva dato a Peter vernice e pennello. Nessuna richiesta, nessun canone, pura libertà di espressione dell’arte “animale”. Peter dipinse parecchi dipinti e Axelsson ne scelse i quattro a suo parere (era lui il vero critico d’arte?) più riusciti che furono poi esposti alla galleria.

Ad onor del vero un solo critico d’arte (che a questo punto non saprei dire che a torto o a ragione, ammesso che siano due parole che applichino al contesto), pur sempre ignaro della beffa, arrivò ad affermare “solo una scimmia può aver fatto una cosa simile”. Realistico, quanto meno.

La storiella (che per mia immane e colpevole ignoranza scopro solo oggi, per puro caso…) ha sollevato ovviamente molte domande circa il significato dell’arte astratta e sul lavoro dei critici (“criticano” quello che vedono o vogliono vedere qualcosa di specifico in quello che “criticano”?).

Ah, anche dopo che lo scoop fu rivelato i lavori di Pierre rimasero giudicati i migliori/peggiori della mostra. Diciamo che i dipinti spiccavano per una certa “differenza di stile” (qualunque esso sia) rispetto alle più tradizionali (parliamo sempre di arte astratta d’avanguardia…) opere umane.

WU

PS. Dei quattro dipinti di Pierre due furono venduti a collezionisti privati (non ho trovato l’importo, ma sarei curioso… se non altro per confermare che il valore di un’opera d’arte è un concetto ormai slegato dall’opera stessa, IMHO) mentre gli altri due hanno trovato il modo di tornare allo zoo svedese di Borås ove sono tutt’ora esposti (negli uffici, ovviamente).

Farisaiche promesse

[…] Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. […]

Ero (ed in parte lo sono ancora) convinto che la maggior parte delle persone che hanno “retwittato” o comunque fatto rimbalzare questa frase in questi giorni da un articolo ad un social (ad un blog, no?! 🙂 ) non avessero neanche chiaro il significato di una delle parole della frase stessa.

Mi sono (sempre in parte) dovuto ricredere vedendo l’andamento delle ricerche del termine su Google, che ha avuto un vero e proprio balzo nel giro di poche ore: 110%! Sono troppo scettico sulla natura umana.

Il Farisaico rispetto invocato da Draghi è una lettura quanto mai pulita (IMHO) del concetto di “quote rosa” (concetto che già di per se ha qualche limite…)

Farisaico” deriva dal termine “fariseo” (pharisaicus), figura della società ebraica precristiana, notoriamente contraria ad ogni influsso straniero sulla loro legge. Figure eccessivamente formali (credo sia questa la critica mossagli da Gesù) e poco sostanziali. In breve un po’ falsi, ipocriti. Ed è questo l’aspetto che il termine Farisaico eredita da questa figura: un «atto o comportamento formalistico, ipocrita, dettato da finto zelo o comunque falso, che nasconde le vere intenzioni di chi lo compie»

In breve l’intervento di Draghi ha sottolineato in primis che il concetto di parità di genere non è una pedissequa distribuzione numerica di responsabilità/mansioni/incarichi ed ha anche fatto accende in più di qualcuno la curiosità per un nuovo termine. Certamente mi sbaglio, ma mi piace misurare le persone sia da cosa dicono sia da come lo fanno.

Speriamo (sempre perché la speranza è l’ultima a morire) che non sia solo la solita dichiarazione di intenti, benché condita di parole prelibate (che effettivamente almeno finora non avevamo sentito), ma corrisponda a fatti (tutt’altro che farisaici).

WU

Un anello per domarli

Hampshire, Inghilterra, 1785. Nei pressi di una antica città romana, Silchester, sito ricco di reperti ed antichità venne rinvenuto un anello. Artefice del ritrovamento fu forse un contadino e poi (sempre forse) venduto alla famiglia Chute, proprietaria della tenuta Vayne (residenza cinquecentesca dell’Inghilterra meridionale) in cui l’anello è tutt’ora custodito.

Un grosso (25mm di diametro) e pesante (12g) anello d’oro di forma decagonale (10 facce, non propriamente rotondo) e con un castone quadrato con l’effige della dea Venere (VE e NUS sono anche i caratteri riportati a destra e sinistra del rilievo. L’immagine e le scritte sono incise in riflesso in modo che l’anello possa essere usato anche come sigillo e quindi far apparire testo ed immagine nel senso giusto.

Sul corpo dell’anello è invece inciso “SENICIANE VIVAS IIN DE” (con tanto di errore di doppia I e O finale mancante): Seneciano, che tu possa vivere in (grazia di) Dio. L’incisione è successiva all’effige di Venere e tutto l’anello è databile al IV secolo.

La commistione di caratteri e citazioni sia cristiani (Dio) che pagani (Venere) rimase poco più che una curiosità per gli addetti ai lavori finché, agli inizi del 1800, a circa 130 km da Vayne fu fatta un’altra scoperta. Nel Gloucestershire, in un antico tempio (anch’esso di epoca romana, ovviamente) dedicato a Nodens, dio celtico associato a guarigioni, mare, caccia e cani, fu rinvenuta una defixio (lamina di piombo incisa che veniva spesso usata per riportare pratiche magiche) che recitava:

«Per il dio Nodens. Silvianus ha perso
un anello e ne ha donato una metà
[del suo valore] a Nodens. Tra tutti
quelli chiamati Senicianus non sia
concessa buona salute fino a che esso
non sia riportato al tempio di Nodens.»

Anche la lamina è databile al IV secolo. E pare essere una maledizione riferita esattamente all’anello “dei Vayne”. Anzi, pare specificare che l’anello era originariamente di proprietà di un romano-britannico, Silvianus, e che gli fu rubato da un tal Senicianus, su cui Silvianus invocò appunto la maledizione. Silvanus invocava Nodens chiedendogli di negare la buona salute a (tutti, per stare tranquillo) coloro che si chiamano Seniciano finché l’anello non fosse stato restituito e donando in cambio al dio metà del valore di questo anello!

L’anello-sigillo di Silvano era evidentemente dedicato alla dea Venere e di pregevole fattura. Fu poi rubato dal cristiano Seniciano che se lo auto-intitolò. Silvano invocò le divine ire di Nodens per colpire il ladro finché non avesse riavuto l’anello. Credo che entrambi morirono prima che l’anello tornasse al suo posto.

L’anello è rimasto semi sconosciuto fino al 2013 quando fu effettivamente esposto al pubblico accanto alla sua “maledizione” (nella “Ring Room” della tenuta Vayne). Ed anche il collegamento fra la targa e l’anello non fu così immediata, avvenne solo nel 1929 ad opera di l’archeologo Sir Mortimer Wheeler che ricostruì il legame e “battezzò” l’anello come Anello di Silvanus.

Sir Mortimer Wheeler, per indagare sull’origine del dio Nodens e del suo legame con l’anello, si avvalse della consulenza di un eminente professore di filologia anglosassone presso l’Università di Oxford: John Ronald Reuel Tolkien.

Questa è storia. Quello che successe dopo, anche.

WU