Livello magico di pensiero

Stacco per qualche giorno. Da italiano medio (e non è un’offesa).

Non che senta la necessità di staccare dal blog in se, quanto proprio di alleggerire la mente. Mi riprometto spesso (giuro) di postare anche solo qualche foto estemporanea, ma la verità è che se non mi arrovello un po’, non sproloquio un po’ a vanvera su questo o su quello non riesco a dare un senso ad un post. Come il brindisi di un vecchio zio che nessuno ascolta, ma che da sapore al bicchiere di vino.

Ad ogni modo, quello sotto (immagina catturata inaspettatamente sul sacchetto delle posate di una pizzeria) è il mio manifesto per questa estate.

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WU

Un approccio metalinguistico ai viaggi interstellari

E’ un problema di lingua. Certo non il primo dei problemi, ma quando tutti gli altri sono per lo più irrisolvibili (inteso come limite fisico dell’universo in cui viviamo e non degli sforzi ingegneristici messi in campo per colmare il nostro ruolo marginale in esso) rimane il problema della lingua. Anche quello.

Lo specchio dei tempi che viviamo, che abbiamo sempre vissuto è la lingua. Modi di dire, slang, dialetti e lingue sono il modo con cui viviamo il mondo (che cambia) e con cui lasciamo traccia ai posteri della nostra storia. Parlare l’un l’altro, in ultima analisi, è la base per l’interazione sociale.

Ora parliamo dei viaggi interstellari… come se il passo fosse breve. Le distanze, i tempi, la durata di una vita umana, i limiti fisici e l’attuale tecnologia ci consentono di viaggiare nello spazio “qui vicino”. Orbita terrestre, la Luna, forse Marte un domani (… ci stiamo preparando, tipo qui o qui). Ma metterci nei panni di un equipaggio che dovesse partire per un viaggio interstellare di qualche anno luce è tutta un’altra cosa. Anche una breve missione interplanetaria ai confini del nostro sistema solare potrebbe non essere uno scherzo… in molti sensi, incluso quello linguistico.

Per superare il limite degli spazi e delle durate “cosmiche” di queste missioni con le nostre attuali conoscenze ingegneristiche (soprattutto propulsive) dobbiamo per forza parlare di “generation ships“, ovvero navicelle spaziali che ospitano più di una generazione. In un centinaio di anni, durata abbastanza ottimistica della vita di uno di noi, potremmo non essere neanche ad un decimo del viaggio che ci si prospetta davanti… dobbiamo pertanto metterci nell’ottica che le future generation ships potrebbero ospitare anziani, giovani, neonati, ed in generale diverse generazioni.

Ma queste generazioni si troverebbero a vivere, comunicare, evolversi in un ambiente lontano dalla madre Terra e per di più un ambiente isolato dall’esterno. La lingua utilizzata da questi fanta-viaggiatori interstellari potrebbe evolvere indipendentemente causando una vera e propria incomprensione con “noi terrestri” o addirittura (si, lo so, qui sto esagerando) fra loro ed i possibili abitanti di un futuro insediamento planetario, benché anche questi ultimi di origine terrestre.

D’altra parte è, su scala interplanetaria, quello che è successo sulla terra ove culture isolate hanno sviluppato una loro lingua… in molti casi ancor oggi incomprensibile. In breve la lingua che ciascun gruppo generazionale (abbastanza nutrito) potrebbe sviluppare sarebbe diversa da quella di partenza e per comunicare servirebbero dei veri e propri “traduttori”… neanche avessimo a che fare con qualche alieno.

Con il passare delle generazioni e del tempo di isolamento la popolazione della generation ship potrebbe non saper più comunicare con le basi a Terra (ammesso che sia rimasto ancora qualcuno) e neppure con una eventuale base di destinazione. Ad aggravare il tutto ci sono poi i tempi di comunicazione: sempre con le attuali tecnologie un messaggio da e per una di queste navicelle spaziali potrebbe impiegare decine di anni ad essere inviato o ricevuto… una nuova parola “inventata” sulla navicella potrebbe o rimanere per sempre sulla generation ship (non è detto che vi sia un motivo per comunicarla a Terra… anche considerando che le trasmissioni sono un bene prezioso in queste situazioni) o arrivare alla base di comando solo dopo generazioni (… magari quando è già in disuso sulla navicella).

Ma considerando che parliamo di persone che non sarebbero nate sulla Terra avrebbero veramente tutto questo bisogno di comunicare con noi? Mi immagino istruzioni di viaggio e manuali d’uso della navicella come un bene preziosissimo, ma che in fondo renderebbe l’equipaggio generazionale abbastanza indipendente da noi. Probabilmente il miglior modo di risolvere il problema, forse una forma (estrema) di libertà.

WU

PS. La cosa che forse di più mi affascina è che dei linguisti si siano messi ad esplorare le tematiche del viaggio interstellare… questa si che è avere una visione a trecentosessanta gradi.

Gamberi ripieni

Il fatto che ormai i nostri mari siano pieni di plastica è praticamente entrato nel bagaglio di conoscenza comune (tipo qui e qui, tanto per fare un paio di esempi). Come se ci fossimo quasi assuefatti al problema… ed il definirlo tale appare -ovviamente erroneamente- quasi sufficiente a risolverlo.

Un recente studio dell’università di Barcellona non tenta di sconfessare il problema, ne tanto meno di proporre una soluzione, ma semplicemente costata -cosa in cui vedo una specie di ulteriore rischio di assuefazione- che in fondo vi si può anche convivere.

Il soggetto dello studio sono i Aristeus Antennatus, ovvero i gamberetti. All’interno dei quali sono state rinvenute, quantificate ed analizzate le “famigerate” microplastiche. Immancabilmente le indesiderate, e tutte di natura umana, plastichette sono state rinvenute nel tratto digestivo del 84.6% dei gamberi analizzati. Inoltre, nel 42.4% degli animaletti, sono stati rinvenuti addirittura degli accumuli di microplastiche in forma di una sorta di palline nello stomaco. Ah, anche la provenienza pare determinante per la quantità di microplastiche ingerite dai gamberi… e quelli messi peggio erano proprio quelli provenienti dalle coste al largo di Barcellona.

MicroplasticheGamberi

Fin qui, ahimè, nulla di strano o sorprendente. La cosa che mi ha però colpito dello studio è che si costata come la salute dei gamberi non sia in alcun modo messa al repentaglio dalle fibre pastiche e dagli accumuli rinvenuti. In pratica, anche con questi quantitativi in corpo i nostri gamberetti stanno benissimo! Nei loro organi interni non sono stati rinvenuti danni causate dalle plastiche ed il fatto che periodicamente cambiano il loro esoscheletro aiuta ad espellere la plastica dalle loro “ossa”. Praticamente perfetto no?! Chissà perché non abbiamo inquinato di più e prima mi chiedo!

Fiber load in shrimps from 2007 was comparable to that of shrimps captured in 2017 and 2018 (spring) yet a shift in the proportion of acrylic and polyester polymers was detected. No consistent effect on shrimp’s health condition was found, with only a significant negative correlation found between gonadosomatic index and fibers for those shrimps with the highest values of fiber load

Ma possiamo andare ancora oltre: oltre a non intaccare la salute dei gamberetti la plastica rinvenuta non danneggerebbe neanche la nostra quando li mangiamo. In primo luogo perché il quantitativo di plastica contenuta nei gamberi è praticamente irrisoria per il nostro organismo; ne assimiliamo di più da altre fonti (… anche se mi verrebbe da dire che è la “somma che fa il totale”…). In secondo luogo perché i gamberi hanno avuto la geniale idea di mettersi lo stomaco nella testa, parte che tipicamente scartiamo dai nostri pasti e non mangiamo… e con essa la maggior parte della plastica contenuta nei crostacei.

Non contraddico i risultati dello studio (ovviamente!), ma sono un po’ preoccupato dal fatto che considerazioni come questa possano non dico incitare, ma di certo non limitare “il problema delle microplastiche nei nostri mari”. Ci assuefaremo al concetto di problema come al quantitativo di plastica ingerito.

WU

Nettuno, il re dei cieli

Si, suona un po’ strano, ma in fondo per il nome di battesimo potete prendervela con la Space Perspective, azienda dell’Arizona che sta costruendo la prima “mongolfiera spaziale”.

Ora, detto così, è chiaro che c’è qualcosa di stano: nello spazio non c’è (ci dicono) atmosfera e quindi una mongolfiera non vi si può librare, ma se si parla di stratosfera siamo in una sorta di terra di mezzo fra il volo atmosferico e quello spaziale… terra nella quale però le mongolfiere possono librarsi.

L’azienda in questione mira a realizzare una mongolfiera per turismo spaziale (battezzata appunto Nettuno) che possa ospitare fino ad otto passeggeri, più il pilota, per un volo “spaziale” (tecnicamente si parla di volo sub-orbitale) di sei ore. Drink e relax coronano l’esperienza di vedere la terra da dirca 20 km di quota.

Si tratta praticamente di una navicella orbitante a bassissima quota (che sfrutta comunque la pochissima area residua per “galleggiare”), in parte controllata da terra, equipaggiata con una cabina pressurizzata full comfort che con conserte di vedere la curvatura del globo… con tutto il suo fascino.

Nettuno

Data la rarefazione dell’atmosfera a quelle quote, Nettuno è enorme… più o meno un campo da calcio. Anche raggiungere la quota “di crociera” non è banalissimo e Nettuno deve avvalersi di un pallone aerostatico -che si dovrebbe librare dal Kennedy Space Centre della NASA- di 200 metri… e pieno di (infiammatissimo) idrogeno. Anche il rientro avviene in maniera “passiva”, semplicemente sgonfiando il pallone ed andando ad ammarare nell’Atlantico o nel Golfo del Messico, dove la capsula sarà “ripesata” da imbarcazioni apposite.

Lo scopo, ripeto, è puramente commerciale: clienti privati che pagano per l’esperienza (eventi, convegni, matrimoni e chi più ne ha più ne metta). Nessuna ambizione scientifica o istituzionale. Un business come un altro… La storia di dirigibili e mongolfiere non è propriamente costellata di successi; è vero che la tecnologia è andata avanti, ma benché affascinante rimane un mezzo altamente pericoloso (per via dei gas che contiene) ed in balia, per sua natura, dei venti -tutt’altro che trascurabili a 30 km di quota- Ah, è il vero sistema di esplorazione ad impatto zero!

Il volo di prova è previsto per la primavera 2021 (sono curioso…), ma non conterrà equipaggio. Il primo volo operativo per il 2024. L’azienda ha tirato su capitali privati americani ed europei; la Base Ventures della Silicon Valley pare essere il principale investitore. Il prezzo previsto del biglietto è di soli 125.000 dollari (sinceramente pensavo di più…), e l’azienda si aspetta, a regime, di poterlo addirittura ridurre.

Un altro dei possibili futuri dell’umanità, e dei futuri possibili utilizzi dello spazio.

WU

Troppi pensieri: 6.200

Ero stanco di essere
Un uomo della città
In questa gabbia di cemento
A vivere come si fa
Troppi pensieri inutili, troppe preoccupazioni
È meglio stare sugli alberi e vivere a penzoloni e fare
Uh-uh, Ah-ah, Uh-uh, Ah-ah,
Uh-uh, Ah-ah, Uh-uh, Ah-ah,
Banana Cocco bao-bab.

Si, troppi, ma quanti? Come facciamo a dire che sono troppi? Qual’è il numero? Ok, ok, un approccio forse troppo ingegneristico, ma che trova effettivamente una risposta: 6.200. Al giorno. Ne uno più, ne uno meno… beh, più o meno, no?! 😀

Extrapolating from our observed median transition rate across movie-viewing and rest of about 6.5 transitions/min, and a recommended sleep time of 8 h, one could estimate over six thousand daily thoughts for healthy adults of a young-adult demographic similar to the one used in our analysis.

Passare da una elucubrazione ad un’altra, da una preoccupazione alla successiva, dal “che mi mangio oggi” al “che ne sarà del mio futuro” significa percorrere diversi “filoni di pensiero“; ciascuno dei quali è solo un tassello dei pensieri/preoccupazioni/angustie (scusate, ma non mi viene un termine positivo senza sforare il limite dei 6200 pensieri odierni…) che popolano la nostra mente quotidianamente. Per un totale, ovviamente, di 6200.

Il metodo utilizzato per arrivare a questo numero è quello di utilizzare le immagini ricavate dalla risonanza magnetica funzionale per identificare il comportamento del cervello in condizione di transizione da un filone di pensiero al successivo. E dunque contare “i vermi del pensiero” che ci attanagliano.

Prima che Minority Report si senta chiamato in causa ci sono due specificazioni da fare: il metodo (ed il numero) NON dicono nulla circa il contenuto dei pensieri fra i quali alterniamo le nostre riflessioni (potremmo, come spesso capita, vedere molteplici transizioni che ritornano ciclicamente sullo stesso filone di pensiero… lingua – o mente- batte dove il dente duole…) ed il metodo richiede una collaborazione attiva da parte del soggetto “analizzato”. Deve in pratica dirci che sta cambiano pensiero per capire e registrare come il suo cervello si comporta in tale situazione.

La “semplicità” del risultato numerico non credo renda giustizia allo studio (ed alle ipotesi) che c’è dietro. La prospettica, a parte qualche dietrologia distopica, è quella di arrivare a capire l’alterazione del modo di pensare in condizioni di patologie, droghe, alcool, etc.

Come se sapere questo numero alleviasse le mie pene o, ancora meglio, se avessi un contatore che mi dice quanti pensieri mi mancano a fine giornata prima che diventino “troppi”.

WU

https://www.nature.com/articles/s41467-020-17255-9

PS. Molto interessante, per un ignorante, la definizione di pensiero data:

In spontaneous thought research, a thought is defined as a mental state or sequence of mental states, and a mental state is defined as a “transient cognitive or emotional state of the organism that can be described in terms of its contents and the relation that the subject bears to the contents (for example, perceiving, believing, fearing, imagining, or remembering)

Jeanne Baret

E’ stata celebrata qualche giorno fa (il 27 luglio, giorno del suo compleanno, per la precisione) in un doodle. La mia profonda ignoranza mi ha fatto storcere il naso prima di gooooglare il suo nome (e ringrazio che la pigrizia non abbia vinto sulla curiosità).

Siamo nel 1766 ed il botanico e medico Philibert Commerson era imbarcato a bordo dell’Etoile, la nave che accompagnava il barone Louis Antoine de Bougainville a fare il giro del mondo.

Philibert Commerson, rimasto vedovo, aveva un amante, Jeanne appunto, a cui era al tempo precluso imbracarsi. Jeanne, era di origini molto umili, probabilmente orfana, ma istruita. La donna, circa ventiseienne all’epoca dei fatti, non era certo la tipa da farsi fermare da queste sciocchezze ed utilizzò il trucco più vecchio del mondo per seguire il suo amato: travestirsi da uomo.

Jeanne assunse l’identità del domestico di Commerson e con lui navigò in giro per il globo, il che la rese de facto la prima donna ad acer circumnavigato il mondo.

JeanneBaret

Come domestico, Jeanne, non si sottrasse a nessuna mansione; pare fosse in grado di trasportare carichi molto pesanti in tutte le condizioni climatiche, prendesse parte attiva alle ricerche botaniche sul campo (era essa stessa un esperta botanica) e tenesse ordine fra quaderni ed armamenti del capitano e del suo medico-botanico-amante (e fatemi dire, un po’ maschilista).

Jeanne contribuì dunque attivamente al progresso del sapere scientifico senza mai veder riconosciuto alcun merito, se non quello di essere un valente domestico. Almeno finché non venne scoperta. La sua identità infatti passò inosservata a tutti i membri dell’equipaggio per buona parte della navigazione finché non venne smascherata dagli indigeni tahitiani (evento registrato nel giornale di bordo della nave e grazie al quale siamo oggi venuti a conoscenza di questa storia).

La sua identità non era dunque più occultabile, ma al ritorno in patria il governo francese non si comportò bigottamente come ci si potrebbe aspettare, ma riconobbe l’impresa della donna, i suoi meriti botanici e gli assegnò anche una generosa pensione di 200 livree l’anno con la seguente motivazione:

Jeanne Barré, grazie ad un travestimento, circumnavigò il globo su uno dei vascelli comandati da de Bougainville. Si dedicò in particolare ad assistere de Commerson, dottore e botanico, e condivise con grande coraggio il lavoro ed i pericoli di costui. Il suo comportamento fu esemplare e de Bougainville le riconobbe numerosi meriti…. Sua Altezza è stato così gentile da concedere a questa donna straordinaria una pensione di 200 livree da prelevare dal fondo per invalidi, e questa pensione verrà pagata dal 1° gennaio 1785

Non so se è una storia di amore, di avventura, di incoscienza, di maschilismo o femminismo, o di legislazioni obsolete, ma vale la pena ricordarla e raccontarla.

WU

Competenze tecniche, e sociali

Sono incappato, qualche giorno fa, in un post su linkedin che sostanzialmente faceva una distinzione fra l’essere bravi in un dato di lavoro ed essere bravi SUL posto di lavoro. Come se le due cose fossero divise.

Cioè mi volete dire che ancora oggi dividiamo le competenze tecniche da quelle “sociali” (nelle quali, fra l’altro, mi rendo conto di non essere propriamente un asso…)? Non viviamo più (da secoli!) nell’epoca dei grandi scienziati solitari (con le debite eccezioni, mi viene in mente Perel’man), i tuttologi che bastavano a se stessi. Vuoi perché il sapere aveva limiti più ristretti, perché si era più selettivi, perché la società lo permetteva o semplicemente i nostri avi erano più intelligenti. Quel che sia il motivo, oggi siamo costretti (si, esatto, non credo sia una scelta) a lavorare in team.

Le competenze non tecniche fanno parte del nostro sapere; il sapersi relazionare con i colleghi, collaboratori, superiori, etc. Ora, stiamo attenti, però, a non metterle avanti a quelle tecniche che dovrebbero essere comunque la base del nostro lavoro, ma neanche a trascurarle. Mi verrebbe da dire che le competenze “sociali” sono il metodo per applicare, oggi, quelle tecniche.

La comunicazione, verbale e non, empatia (tipo questa), flessibilità, resilienza, etc. sono ormai essenziali per lavorare in gruppo sia che siamo a capo di questo o membri. Beh, si, se decidiamo di fare i pastori allora possiamo considerarci esonerati.

E non credo sia neanche questione di carattere. Certo, ci sono alcune inclinazioni personali che agevolano o meno la cosa, ma almeno in parte (e per quello che riusciamo a fare considerando la base di partenza…) dobbiamo cercare di acquisirle… e non mi è chiarissimo come.

Diciamo che me lo sto ripetendo per fare un po’ di training personale.

WU

La spirale di Teodoro

Allora, funziona così:

  • facciamo un punto su un foglio (e fin qui è facile). Sarà il centro della spirale (non fatelo, come me, su un angolino…)
  • Partendo da questo punto costruiamo un triangolo rettangolo con i due lati di lunghezza unitaria (per una certa congruità con il resto della costruzione uno dei due lati, diciamo che ha lunghezza radice di 1.
  • Archimede ci dice che l’ipotenusa di questo triangolo è radice di 2
  • costruiamo quindi un altro triangolo rettangolo, contiguo al precedente, che avrà quindi un cateto di lunghezza radice di 2, e l’altro lato unitario. L’ipotenusa sarà radice di tre.
  • Continuiamo con il giochino. Ogni triangolo attaccato al precedente con un lato di lunghezza unitaria e l’altro radice di un numero reale determinato dal triangolo precedetene. Il triangolo ennesimo della serie è un triangolo rettangolo con un lato (chiamiamolo quello esterno) unitario e l’altro radice di n. L’ipotenusa sarà radice di n+1.

Viene fuori una spirale.

SpiraleTeodoro

Se ci fermiamo a n=17 abbiamo fatto tutto il giro ed abbiamo costruito la “versione base” della spirale di Teodoro che, a parte un bel disegnino, è il metodo che fu utilizzato dal matematico (stiamo parlando di Teodoro di Cirene, matematico della scuola pitagorica, vissuto attorno al V sec. a.C.) per dimostrare che tutte le radici quadrate degli interi che non sono quadrati perfetti da 3 a 17 sono numeri irrazionali. Ah, beh, poi è forse poco pratico, ma di certo il metodo della spirale di Teodoro è un metodo geometrico per costruire la geometricamente la radice quadrata di un qualsiasi numero reale.

Ovviamente la costruzione geometrica può continuare anche oltre il 17 costruendo una spirale che si articola su più giri. Nel 1958, E. Teuffel, dimostrò che anche continuando indefinitamente la spirale di Teodoro non vi saranno ipotenuse coincidenti ed anche che estendendo i lati dei triangoli della spirale indefinitamente questi non incontreranno mai i vertici degli altri triangoli.

Ci sono poi alcune proprietà più squisitamente matematiche di questa spirale, le tre più salienti:

  • la tangente dell’angolo al vertice del triangolo n-simo è 1/radice(n)
  • la somma degli angoli al vertice dei primi k triangoli è 2*radice(k)+ un numero magico (che tende per k che tende all’infinito a -2.15778299… chissà quali altre proprietà ha un numero del genere… rigorosamente irrazionale.)
  • il raggio della spirale cresce come radice (n+1) – radice(n).

Nel circolo (o nella spirale) di quelle curiosità matematiche che vale la pena sapere… almeno per fare una cose sensata la prossima volta che massacrerò un foglio bianco per tenere la mente impegnata con qualche scarabocchio durante noiose riunioni o routinarie mansioni.

WU

L’ annus horribilis

Non quello che ciascuno di noi potrebbe aver avuto (assumendo di parlare di eventi passati), ma quello per antonomasia.

Nel caso in cui una ipotetica classifica fosse possibile ho trovato in giro per la rete, su siti più o meno attendibili (e tantissimi catastrofisti) una specie di palmares per L’anno peggiore della storia.

Correva l’anno 536 d.c.

Siamo nell’alto medioevo, all’inizio del regno di Giustiniano e dell’impero Romano d’Oriente.

Il Sole ha generato la sua luce non luminosa, come quella la Luna, durante tutto l’anno, e sembrava eccezionalmente simile ad un’eclissi di Sole, perché i raggi diffusi non erano chiari né predisposti per illuminare.

[Procopio]

Ecco quello che gli storici dell’epoca vedevano. Una eccezionalmente duratura ed eccezionalmente densa nebbia che avvolse per ben 18 mesi Europa, il Medio Oriente e parte dell’Asia. Il sole fu letteralmente oscurato e mezzo globo si ritrovò in anno “buio” (ed orribile).

Le conseguenze sono facilmente immaginabili. La decade 536-545 fu la più fredda negli ultimi due millenni. Il clima pareva impazzito, si registrarono nevicate anche a quote bassissime ed in regioni a basse latitudini. Carestie, fame ed epidemie furono il passo successivo.

Da recenti studi pare che la “nebbia” di cui parlano gli storici del tempo non fosse altro che la polvere vulcanica di due imponenti eruzioni avvenute in Islanda agli inizi di quell’anno (che con tutta probabilità si assommarono alla recente eruzione del Krakatoa). Pertanto la “nebbia” era un misto di anidride carbonica e solfuri che oscurarono letteralmente il sole e resero l’aria irrespirabile per un anno e mezzo!

Inoltre (quando si dice che le sciagure non vengono mai sole) quattro anni dopo, nel 540 d.c., pare (dalle analisi fatte su ghiacciai europei ed islandesi) vi fu una ulteriore eruzione che abbassò ulteriormente le temperature ed immise nell’atmosfera altrettanti gas tossici.

L’appetito vien mangiando ed un anno dopo, nel 541 d.c., vi fu, non casualmente, la prima grande pandemia della storia di cui abbiamo traccia: la peste di Giustiniano che in 24 mesi fece fra le regioni europee e quelle mediterranee la bellezza di 25 milioni di morti.

La “fase oscura della Terra”. Dalla quale ne uscimmo con tanta fortuna (i grandi cataclismi si placarono) e con una spinta mostruosa all’economia ed al commercio data dalla separazione del piombo dall’argento ed il conio delle prime monete di scambio.

Ovviamente non mi pare una classifica oggettiva, ma un consiglio: caro 2020, lascia perdere la competizione.

WU

PS. Almeno da citare in questa fante-classifica:

  • 1348, la peste nera fu la più grande epidemia di cui abbiamo traccia e memoria (vi ricordate questo?). Si parla di trenta milioni di morti in Europa su un totale di circa 80 milioni a cui si aggiungono altri 50 milioni di decessi “di coda” nei 50 anni successivi. Praticamente una svecchiata di massa del vecchio continente.
  • 1492, la scoperta dell’America. Evento epocale per la storia umana ma che causò il crollo demografico dei nativi americani per le malattie portate “dal vecchio continente”. Una stima è ovviamente impossibile, ma volendo dare a questo evento, e questo anno, la colpa di tutto si può dire che causò qualcosa come 100 milioni di morti
  • 1919, WWI appena finita ed influenza spagnola dilagante. Sempre come se la colpa fosse dell’anno in se, questo ha mietuto circa 50 milioni di morti (oltre i 26 milioni deceduti nei quattro anni precedenti a causa della guerra stessa).
  • 1945, WWII alle spalle e fra ebrei e morti vari si contano 45 milioni di teste in meno al mondo.
  • 1959, iniziano i tre anni bui della repubblica popolare cinese colpita da una incredibile carestia che lascia dietro di se 40 milioni di morti, di cui 15 milioni per fame (e siamo a meno di un secolo fa!)

Empatia canaglia

Dilbert23072020

C’era una pubblicità che, se ben ricordo, recitava “Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuterà tanto quanto masticare un chewingum per risolvere un’equazione algebrica” (non ricordo il soggetto, ahimè).

Me lo ripeto ciclicamente soprattutto quando “non so che pesci pigliare”. E l’empatia, quando non spontanea, è esattamente uno di questi casi. E’ una cosa che viene da dentro, una cosa che non si controlla e, soprattutto, non si maschera.

L’essere empatici o trovare una persona empatica è sostanzialmente pura fortuna. Forse può essere in qualche modo “indirizzata”, ma non si può ne essere, ne non essere empatici a comando. E non ci sono, che mi vengano in mente, ne esercizi ne talismani (beh, certo, a parte una spillatrice come quella di questo Dilbert che è evidentemente un oggetto multipurpose, stile oggettistica da Inception) che possano aiutare.

La sola strada che credo possa in qualche modo aiutare la nostra empatia è la vita, nel senso dell’esperienza. Vivere una certa situazione ci mette almeno sulla giusta strada poi per immedesimarci in qualcun altro che la sta vivendo. Essere empatici è una sorta di riflesso ad una situazione che abbiamo a nostra volta vissuto (e, tipicamente, non sono tutte rose e fiori).

Non voglio (e certamente non voglio far sentire) sentirmi in colpa perchè in certe situazioni sono poco (per nulla?) empatico, dico solo che è inutile forzare la mano se tanto non possiamo agire su quella parte di noi che da poi vita all’empatia. Anzi, aggiungo anche che giudicare/valutare/pesare una persona sulla base della sua empatia è solo un modo errato di capire cosa l’altro prova, vive o riesce ad esprimere. Una pecca, a nostra volta, nella nostra empatia.

WU (empatico a tratti)

PS. Ma piangere davanti un film o una soap rientra nel concetto di empatia? L’elemosina della domenica no e questo neanche.