… and shuddered back to life…

Robert E. Cornish, classe 1903, fu un biologo (e pare anche scrittore) statunitense con un pallino tanto semplice quanto ambizioso: restituire la vita ai morti.

Come un novello dottor Frankenstein, Cornish nel 1932 (dopo un dottorato, comunque…), si appassionò all’idea di poter re-infondere la vita a corpi deceduti. Ora, sul termine “vita” potremmo discorrere a lungo, ma la sua idea era proprio di approcciare la cosa da un punto di vista biologico: rimettere in moto il sistema.

Ed il punto di partenza per “riavviare la macchina” era, secondo Cornish, quello di riattivare il sistema circolatorio, ovvero di rimettere il sangue in circolo, dapprima forzatamente e successivamente il flusso avrebbe dovuto riprendere il suo flusso naturale. E con esso la vita sarebbe dovuta tornare a scorrere nelle vene del soggetto, letteralmente

Per tale scopo il nostro biologo costruì una sorta di altalena basculante su cui adagiare il corpo (che doveva essere deceduto di recente, come nelle migliori tradizioni!) “facendolo muovere in su e in giù, mi aspetto una circolazione artificiale del sangue” e sviluppò un mix a base di adrenalina ed anticoagulanti da pompare direttamente nel sistema circolatorio.

I corpi da rianimare dovevano ovviamente esser morti per cause compatibili con un “riavvio del sistema circolatorio”, ovvero non ambiva (beh, direi che in fondo mi sembra anche uno che aveva i piedi per terra…) a riportare in vita corpi smembrati, vittime di incidenti, decapitazioni, etc, ma tentò di rianimare vittime di infarto, annegamento e folgorazione. Non ebbe successo.

Lungi dall’arrendersi, Cornish decise che la sua apparecchiatura ed il suo metodo necessita ancora di qualche affinamento che decise di svolgere sui cani. A suo dire (se girate un po’ in rete troverete pareri constatanti a riguardo, ma mi pare che in ogni caso i danni celebrali riportati dai cani furono giudicati irreparabili) riuscì a riportare in vita ben due esemplari, battezzati per l’occasione Lazarus IV e V (uccisi, per asfissia, dallo stesso Cornish). Una volta che aveva preso confidenza con il sistema, il biologo decise di tornare al suo vero scopo: re-infondere la vita nell’uomo.

Non gli fu mai permesso di provarci seriamente. Anzi, McMonigle, condannato a morte californiano, contattò Cornish offrendogli il suo corpo per una possibile “rianimazione” post-esecuzione. Furono le leggi statali, tuttavia, ad impedire a Cornish di testare il sistema su McMonigle dato che non avrebbero potuto processarlo due volte per lo stesso crimine… Che questo abbia fermato lo sviluppo delle tecniche di rianimazione postmortem?

Cornish morì a 59 anni, nel 1963, sbarcando il lunario vendendo un dentifricio di sua invenzione.

Dati gli esiti dello sviluppo sarebbe facile dire oggi che Cornish peccò di superbia cimentandosi con una sfida persa in partenza, tuttavia credo che se avessimo vissuto qui suoi stessi anni avremmo visto una mente eccellente alle prese con qualcosa forse troppo grande ma certamente alla sua portata, piuttosto che perdersi dietro attività di normal levatura.

WU

PS. Va anche detto che l’altra impresa che affascinò Cornish, prima di dedicarsi a rianimare i morti, fu lo sviluppo di lenti in grado di leggere i giornali sott’acqua. I presupposti c’erano tutti…

Al bando le bare!

Longyearbyen è un paesino della Norvegia, la città più popolosa delle isole Svalbard con i suoi circa 2.144 abitanti. Stiamo parlando di uno degli insediamenti umani più a nord del globo, all’interno del circolo polare Artico. Longyearbyen nacque come un villaggio di minatori e fu distrutto e ricostruito a seguito della WWII, ed oggi ospita una sua università, aeroporto internazionale, musei, ristoranti ed alberghi (i suoi 2144 residenti arrivano ad ospitare 65000 turisti l’anno!). Insomma una cittadina a tutti gli effetti.

Tuttavia se fa freddo, ma tanto freddo, c’è una cos che è difficile fare a Longyearbyen, anzi che è stata proprio formalmente proibita dal locale governatore: morire. O meglio: esser sepolti (ma dire che è vietato morire fa più scena, chissà se lo usano anche con i turisti).

Longyearbyen aveva un solo cimitero che è stato chiuso attorno al 1940 a seguito del rilevamento del fatto che i corpi in esso sepolti nel 1918-1920 non solo non si erano decomposti, ma portavano ancora tracce del virus “ancora attivo” della spagnola che li uccise. E dato che (in tema di epidemie, così tanto attuale…) la Spagnola uccise in quegli anni migliaia di persone (si stima un 5% della popolazione mondiale) l’amministrazione ha voluto e vuole tuttora evitare di correre rischi.

Le temperature del suolo (fra i -20 ed i -30 gradi in inverno… neanche le più rigide del globo in quanto mitigate dalla corrente del Golfo), la struttura stessa del suolo, costituito in gran parte da permafrost, ed i ghiacci praticamente costanti (mi immagino sia anche arduo andare a trovare i propri cari deceduti…) rendono le temperature all’interno delle bare così rigide che la normale decomposizione dei corpi avviene troppo lentamente e con essa la distruzione/inattivazione di eventuali organismi patogeni.

Per questo motivo tutti gli abitanti di Longyearbyen sono obbligati ad avere una doppia residenza, una sull’isola e l’altra sulla terra ferma dove saranno sepolti, ma dove si possono anche trasferire per la vecchiaia e l’eventuale necessità di cure (sull’isola c’è solo un ospedale per le emergenze…). Ovviamente dato che sull’isola è “vietato morire” deve esser vietato anche nascere… le partorienti sono obbligate a trasferirsi sulla terraferma tre settimane prima del parto, proprio per poter ricevere tutta l’assistenza del caso

Non so se è un posto in cui vivere (deve avere di certo i suoi vantaggi/svantaggi stare a 1000km dal polo, oltre che un innegabile fascino), ma di certo non è il posto giusto per morire (direi che i suoi abitanti si saranno abituati a non essere troppo legati alla loro terra).

WU

PS. Pare che fra le altre leggi bizzarre di Longyearbyen vi sia il bando dei gatti che metterebbero a rischio la popolazione di uccelli artici, il fatto di doversi togliere le scarpe in ogni edificio e quello di esser obbligati a saper maneggiare un fucile e girare armati (fuori dall’area metropolitana) per difendersi dagli (abbondanti e fra le prime cause di morte fra gli abitanti del luogo) orsi polari.

PPSS. Ci metterei questo bra qua

Si ma, quanto vale uno stadio?

… non in termini economici ne tanto meno di numero di spettatori o prestigio della squadra ospite (anche perché mi avventurerei in un campo decisamente sconosciuto per me…), ma proprio come unità di misura.

Lo stadio, infatti, era un’unità di misura della lunghezza in voga nell’antica Grecia e poi ereditata dall’Impero Romano. Ok, ma quanto misura uno stadio?

Beh, domanda non semplice e risposta, soprattutto, non univoca. Lo stadio, come il nome tradisce, era la lunghezza tipica di uno stadio dell’antica Grecia, e come è semplice immaginare non tutti gli stadi erano uguali. Anzi, erano molto diversi fra loro.

Lo stadio dell’Antica Olimpia misurava circa 192 metri. Nel sistema alessandrino lo stadio (in base al periodo) andava dai 155 ai 185 metri. Lo stadio egizio era all’incirca 157 metri, quello babilonese-persiano 196. In breve uno stadio poteva essere un numero fra i 150 ed i 300 metri; alla faccia dell’indeterminatezza!

Poi, nell’antica Roma, intervenne una sorta di regola di “standardizzazione”: definire lo stadio come un secondo della circonferenza della terra, ovvero: 40.075.000 metri / 216.000 secondi (60 gradi x 60 minuti x 60 secondi) = 185 metri. Beh, all’interno dell’intervallo di cui sopra…

Ma la cosa che mi ha colpito (motivo per cui mi trovo ora a scrivere queste fesserie 🙂 ) è che la discrepanza fra stadio e stadio era già nota agli antichi Greci. Ovvero era già noto, a chi usava lo stadio come unità di misura, che non era una “grandezza standard”. Potevi comprare un terreno di due stadi e trovarti qualcosa che non corrispondeva alle tue aspettative, oppure chiedere informazioni tipo “quanto dista il Partenone?” e trovarti a camminare per ore. I miracoli della standardizzazione (moderna) ed il fascino di un antico-figlio-del-buon-senso(stuzzica-ingegno “più o meno”.

Addirittura questa indeterminatezza può essere alla base di alcuni famosi “errori storici”. L’errore nel calcolo della circonferenza della Terra da parte di Eratostene o Posidonio pare infatti dipendere dallo stadio scelto.

WU

PS. Ah, leggenda vuole che l’unità di misura fu introdotta nell’antica Grecia quando Ercole misurò lo stadio di Pisa (questa in Grecia, prima di abbandonarci a fantasie…)

Leprechaun

Avete presente quello gnometto vestito di verde (tipicamente in maniera elegante: cappottino, panciotto, pantaloni alla zuava, calze al ginocchio, cappello, scarpe a punta con fibbia dorata, etc.), magari con la barbetta rossiccia, che si trova ai piedi dell’arcobaleno con la sua pentola piena d’oro (anzi, in generale sono proprio pieni d’oro sepolto qui e li in luoghi segretissimi!)? Il leprecauno.

Quegli esseri che abitavano l’Irlanda, ben prima dell’arrivo dei Celti (praticamente nella notte dei tempi quando, giustamente, la storia si fonde con la mitologia) e che ora sono “relegati” al regno delle fare ovvero a luoghi con altissimo potere magico? I leprecauni.

Anziani (agili come bambini, in grado di balzare di albero in albero) schivi e simpatici, dediti a burle e scherzi, che vivono in solitudine in sperdute località? Quegli esseri che non possono sfuggire se li si fissa intensamente, ma che scompaiono immediatamente se ci si distrae? Tipicamente lo fanno (scaltri…) quando costretti a rivelare il luogo ove nascondono i loro tesori, distrarre l’interlocutore è un attimo… I leprecauni.

Avrete ormai capito di cosa stiamo parlando, ma il motivo per cui mi sono imbattuto nei celtici ometti è il termine.

L’origine potrebbe essere nel galeico moderno, da leipreachán, “piccolo spirito”, che a sua volta ha la radice di “spiritello acquatico” luchorpán che ha un significato anche di “mezzo corpo” facendo riferimento alla natura metà materiale e metà spirituale degli esserini. Leprecauno potrebbe anche derivare dal celtico ciabattino, leath bhrógan, dato che queste creature sono spesso rappresentate come calzolai (fatati, ovviamente). Ed infine il curioso termine potrebbe derivare da luch-chromain, “piccolo storpio Lugh”, con Lugh nome proprio del del capo del mitico popolo gaelico dei Túatha Dé Danann (quinto dei sei popoli mitici e preistorici che conquistarono l’Irlanda prima dei Gaeli).

As for your Irish Lubrican, that spirit Whom by preposterous charms thy lust has raised.
[Thomas Middleton e Thomas Dekker, The Honest Whore, 1604… la comparsa del termine leprecauno nella lingua inglese]

Avete presente il simbolo della festa di San Patrizio? Il leprecauno.

WU

Goccia dopo goccia

Un inno alla pazienza, scientifica.

Era il 1927 quando Thomas Parnell, professore di fisica dell’ateneo australiano, decise di sciogliere un pezzo di pece di catrame. Fin qui tutto semplice, e relativamente veloce. Successivamente il professore mise il miscuglio dentro un cono di vetro ed aspettò che si raffreddasse. Qui ancora semplice, ma un po’ meno veloce: il raffreddamento completo durò la bellezza di tre anni (per carità di attesa passiva, non mi immagino che il prof stesse dietro al cono aspettando impaziente in raffreddamento…). Alla fine del raffreddamento Parnell ruppe la punta inferiore del cono che si trasformò quindi in una specie di imbuto. Da li in poi l’attesa.

La pece di catrame è un solido-liquido che si ottiene dal catrame attraverso la completa privazione dell’acqua in esso contenuta (che evapora dopo il riscaldamento), la deacquificazione. Ora, se prendete la pece di catrame e la mettete su un tavolo avete un solido a tutti gli effetti. E’ duro, ha una forma specifica, si rompe se lo martellate e così via. Ma… dategli tempo. La pece, infatti, è anche un fluido anche se ad altissima viscosità e quindi, ad esempio, “scorre” (moooolto lentamente) attraverso un imbuto.

Parnell dovette aspettare 8 anni (!) per vedere, nel 1935, la prima goccia di pece uscire fuori dall’imbuto e dopo altri 9 anni cadde la seconda goccia. Non visse abbastanza da vedere la terza goccia che colò nel 1954. L’interesse per l’esperimento si affievolì con velocità inversamente proporzionale alla caduta delle gocce e fino al 1975 l’imbuto fu dimenticato in un vecchio laboratorio.

Nel 1975, John Mainstone, un altro fisico australiano, lo riscoprì e decise di dargli il lustro che meritava (se non altro per la pazienza…). L’ottava goccia cadde nel 2000 e la nona nel 2014 (la decima forse quest’anno o il prossimo!). Anche a Mainstone, secondo custode dell’esperimento, toccò tuttavia la sorte del suo predecessore, anzi lui non fece in tempo a veder cadere neanche una goccia prima di morire (al distacco della settima goccia era a prendere un caffè e al distacco dell’ottava la videocamera si guastò poco prima dell’evento! Esperimento beffardo oltre che lento!).

A parte il fascino del tempo e dell’attesa che l’esperimento (mi) trasmette, le gocce consentono di indagare meglio sulle proprietà di questa classe di solido-fluidi. Non è neanche facile prevedere quando la prossima goccia cadrà dato che il processo è influenzato anche dalle piccole variazioni termiche e di umidità, oltre che dal peso della colonna di “fluido” soprastante.

… 94 anni e l’esperimento è ancora in corso e se nessuno lo disturberà la pece continuerà a colare… con i suoi ritmi. Anche se non è quello che si definirebbe un “action movie”, l’esperimento può essere seguito live da qui. Tutti in attesa della prossima goccia (dai, dai, si vede, è li li per cadere!).

WU

PS. Qui un time-lapse a velocità tale da non perdere interesse 🙂

PPSS. Mi torna alla mente quest’altro esperimento… di lunga portata (temporale).

La Finlandia? Bugia!

Questa non la conoscevo, ma devo dire che ha velocemente scalato la mia personale classifica “cazzate geniali”. Potrebbe essere una teoria del complotto da far impallidire i terrapiattisti e la pac-man theory.

Nel nord Europa esiste un paese, la Finlandia. Esiste? Siete sicuri? Ne avete le prove? Non dite che c’è sul mappamondo o che ve lo hanno insegnato a scuola, altrimenti siete lontani dalle basi del complottismo 4.0…

La Finlandia, infatti, non esiste. E’ tutta una messa in scena, una ricostruzione fittizia orchestrata da Russia e Giappone. Sul finire della seconda guerra mondiale, infatti, i due paesi (che si affrontavano in due fazioni opposte della guerra, ma che conservavano ottimi rapporti… questo va detto) hanno capito che il mar del nord era una eccezionale riserva di pesce che non avevano nessuna voglia di condividere con altri paesi. E da li l’idea geniale: mettiamoci una intera nazione (tanto chi vuoi che vada a verificare!) così da poterci spartire il pescato del Baltico in tranquillità, magari senza doversi preoccupare degli ambientalisti di nessuna sorta! (Ma poi chi l’ha detto che il Baltico esiste?).

Sapete come si dice pinna in Inglese (questo è vero)? Fin. Da cui, ovviamente Finlandia identifica una riserva di pesca. Convincente, no? Pare che anche gli idiomi Giapponese-Finlandese siano molto più simili di quanto ci si aspetterebbe

Non fatevi ingannare neanche dalla storia! Anche se nel 1917 la Finlandia si è staccata dalla Repubblica Sovietica e dal 1955 è parte dell’Unione Europea è tutta una menzogna. Anche gli stessi Finlandesi ne sono vittime! … quindi ne deriva che… i finlandesi non esistono (e quelli che conoscete -tanti, vero?- vi stanno mentendo, forse sono rettiliani) “vivono in cittadine nella parte orientale della Svezia, la parte occidentale della Russia o la parte nord dell’Estonia”. Ah, anche Helsinki è in Svezia.

La teoria si completa poi di interessanti particolari. Il vero motivo che portò alla costruzione della transiberiana era proprio quello di trasportare il brande pescato del Baltico in Russia senza dare troppo nell’occhio. Poi ci hanno messo i passeggeri come ulteriore diversivo. La Nokia, principale produttore di telefoni finlandese (ammesso che esista la nazione figuriamoci l’azienda…) ha proprio il Giappone come principale mercato… eppure pochissimi giapponesi pare (pare, pare) posseggano un Nokia. E certo, un’altra copertura per esportare pesce! Ora si che torna tutto.

A parte l’evidente genialità della cosa, questa teoria è venuta fuori da un utente Reddit che ha poi “spiegato” che è un po’ tutta una bufala ed ha “convito” dello scherzo il 90% degli utenti che lo seguivano… ma non dimentichiamoci un 10% di gente che crede ancora che la Finlandia è (un’altra) menzogna dei poteri forti!

POi, se volete leggere la teoria, in senso “positivo” la Finlandia è una nazione spesso al primo posto come qualità della vita, energie rinnovabili, sanità, libertà di stampa, basso livello di corruzione, etc. Praticamente non può essere una nazione, ma un ideale a cui tendere! Ovvio.

WU

PS. In pieno stile complottista-fonti-certificate-ed-affidabili trovate liberamente le vostre referenze. No, un viaggio in terra finlandese non è sufficiente :).

Anniversarium #6

Siamo arrivati a festeggiare un altro traguardo. Non saprei, in questo momento (non sono bravo con le ricorrenze, in generale) aggiungere citazioni, auguri, timori, propositi e quant’altro rispetto al cammino che ci ha portato qui.

Per i più malinconici: 2015, 2016, 2017, 2018, 2019, 2020.

Ed in mezzo un sacco di fesserie (scritte spesso di getto, sconclusionate, sgrammaticate), incoerenze (e questo non è sempre un male), divagazioni, tristezze condivise, qualche polemica cavalcante, constatazioni aride, meri sfoghi e post didascalici (che molto poco aggiungono alle fonti, ben più attrezzate del sottoscritto, disponibili in rete)

Ma soprattutto, quello che finora mi resta di questo “posto” è che per accedervi, seppur brevemente, di sfuggita, inconsapevolmente, devo alzare gli occhi al cielo e sospirare.

La chiave di accesso (o quel famoso “un ah-ah moment della giornata” ricorrente in questi anniversari).

Auguri, Postils. Qualunque cosa ti riservi il futuro.

WU

Mio caro soffiafoglie

Onestamente non mi ci ero mai soffermato. E’ vero che un po’ tutto ha un prezzo e quando si parla di tecnologia il prezzo lo paga tipicamente la natura, ma… onestamente non ci avevo mai pensato.

Avete presenti quei grossi tuboni ca sui esce aria (e rumore) che servono per spostare le foglie, erba tagliata, etc. (funghi e muffe potenzialmente pericolosi)? Si, i soffiafoglie che sono oggi diventati uno strumento “standard” non solo dei giardinieri, ma di praticamente chiunque possegga un albero o un appezzamento di terra.

In breve, il soffiafoglie è molto meno innocuo di quel che sembra, anzi è potenzialmente una tragedia:

  • fa casino: il soffiafoglie economici o di fascia media raggiungono i 112 dB (gli altri 80-85 dB, mica poco…) di rumore, circa quanto un aereo al decollo… solo che non dura pochi minuti, ma addirittura ore (beh, dipende da quante foglie dovete spostare…). I danni all’udito possono essere importanti; i giardinieri “professionisti” li usano infatti con debite protezioni (cuffie), ma in molti lo soffrono “passivamente” durante i lavori di manutenzione, e senza aver la possibilità di proteggersi (abitanti delle case vicine, esercizi commerciali, etc.). Inoltre è un tipo di rumore a bassa frequenza che NON si attenua in maniera significativa con muri ed ostacoli: ci raggiunge fin dentro casa e si ficca nel cervello. Non esiste, per quel che so, un regolamento che li vieta, ma è altamente sconsigliato esporsi a suoni intensi (oltre i 60 dB!), per troppo tempo.
  • inquina: la stragrande maggioranza dei soffiafoglie in commercio ha un piccolo motore a scoppio (con “il filo” non ne ho mai visto nessuno…) che produce PM10: le particelle più piccole che possono essere facilmente inalate (sempre i giardinieri “esperti” usano cuffie e mascherina) e che contribuiscono in maniera importante al livello di inquinamento ambientale. Il soffiafoglie produce anche monossido di carbonio (come le macchine) che si lega all’emoglobina del sangue rendendo difficoltosa (e certamente poco salubre) la nostra respirazione. Inoltre, in base alla qualità dell’oggetto, fino ad un terzo del combustibile necessario al suo funzionamento è liberato in aria sotto forma di aerosol
  • è incontrollabile: i soffiafoglie soffiano su quel che trovano. Possono sollevare foglie, ma anche polvere, terra, pesticidi, ed ancora muffe, virus, batteri e microbi che restano in sospensione nell’aria anche per ore dopo che “la macchina infernale” ha smesso di soffiare. I soffiafoglie di solito non vengono spenti fra un’operazione e l’altra, continuano a soffiare a regime ridotto anche quando l’operatore non lo sta effettivamente usando. A questo ci aggiungiamo che i soffiafoglie sono anche spesso usato in maniera impropria, i.e. usarli per togliere la polvere dalle strade non è una cosa geniale…

Inquinante, inefficiente, rumoroso, sembra sporcare più di quanto pulisca, eppure di larghissimo utilizzo. E’ chiaro anche ad occhio, che è uno strumento altamente inefficiente (la termodinamica non mente: convertiamo una forma semi-pregiata di energia in una poco nobile e ad alta entropia, un po’ di aria in movimento), ma il fatto che oggi siamo qui a parlarne è perché il buon, vecchio, stancante (soprattutto), rastrello fa parte del passato.

WU (che non ha un soffiafoglie e non per motivi ecologici)

Attori animali: come inscenare una morte

Thanatos, la personificazione della morte (da cui anche Thanos, il cattivone di qualche ciclo Avengers 🙂 ). Impersonare la morte (a meno, di nuovo, di non essere grosso, sadico e con tanta voglia di conquistare l’universo) è un meccanismo che la natura ha messo in atto per la sopravvivenza. Più che impersonarla, infatti, alcuni animali la fingono. Ed in maniera estremamente verosimile.

Fingersi morti per sopravvivere suona un po’ come un controsenso, ma davanti un predatore ogni strategia diventa buona pur di portare a casa salva la pelle. La Tanatosi è appunto questo comportamento “di sopravvivenza” che implica una sorta di stato di morte apparente.

Si va dall’irrigidimento di tutti i muscoli, al giacere riversi con il ventre verso l’alto, bocca semi spalancata, emettere sangue dalla bocca e liquido maleodorante dall’ano. Praticamente una scenografia ad opera d’arte per dire al predatore: sono qui, ma sono morto; te la senti di mangiare carne potenzialmente già in putrefazione? Di solito la risposta è no e la preda si riprende da questo stato di morte apparente nel giro di un’oretta, a predatore ben lontano.

Nettamente più rara (mi pare lo faccia solo un qualche tipo di volpe e di ciclide) è la tanatosi messa in atto dal predatore (anche in questo caso il “mi fingo morto per poter mangiare è quindi sopravvivere” sa di presa in giro) che si finge morto per attirare saprofaghi (animali che si cibano di carogne… con i quali evidentemente la tanatosi si rivela un autogol clamoroso) per poi fare un balzo quando l’ignara preda è alla sua portata e ribaltare la situazione.

Chicca delle chicche è la tanatosi messa in campo per evitare… avance sessuali. E’ il caso di alcune libellule (femmine) che per evitare indesiderate avance dell’altro sesso si fingono morte (ma molto molto morte) costringendo dunque il pretendente a cercare di placere altrove le proprie pulsioni…

Nell’uomo (e qui ci sarebbe da interrogarsi…) chissà perché l’evoluzione ha scelto la fuga più che uno stato di morte apparente davanti una situazione di pericolo, ciononostante in alcune situazioni mettiamo in atto dei comportamenti che se non sanno di “morte apparente” poco ci manca. Avete presente quando siete “il terzo incomodo” in una situazione intima o di litigio fra altri due? Quando limitate anche il respiro sperando che non si accorgano di voi? Oppure quando avete lo sguardo fisso in basso e movimenti legnosi per non rispondere ad una domanda imbarazzante o per evitare una interrogazione (magari anche nascondendosi dietro le spalle del compagno della fila davanti)?

Chiuderei dicendo che mi pare una strategia con ovvie radici evolutive (mi voglio salvare la pelle), ma se la caliamo nell’odierna realtà, o più che altro interpretazione di essa, è un eccezionale esempio di comunicazione non verbale. Animale prima che umano.

WU

PS. Per sdrammatizzare un po’ il tema (e se non ce ne fosse bisogno solo per prendere spunto…) mi viene in mente questo.

PPSS. Dal Fu Mattia Pascal in poi: inscenare la propria morte è reato (forse non direttamente, ma di certo nelle conseguenze e nei danni indiretti che la cosa può produrre). Attori, sul palco, esclusi.

Where’s your million-dollar bonus?

confesso che è un po’ che latito dalle strisce di Dilbert, e non perchè non continui a trovarle acute, attuali o amaramente ironiche, ma perchè a volte mi deprimono. Mi continuo a chiedere se Dilbert mi osservi, se certe dinamiche lavorative possano essere mai scardinate e se a parte far ridere il lettore in alcune situazioni anche il buon Dilbert non vorrebbe sbottare.

Ad ogni modo questa la trovo veramente divertente, prima che intelligente. Fino all’ultima vignetta mi sfuggiva in effetti lo scopo del Boss (anche se escludevo la sua buona fede). Diciamo che mi sento moralmente affine a Dilbert per la mia incapacità di scovare per tempo la fregatura che però tendo ad annusare e che puntualmente si palesa… troppo tardi.

Ovviamente in una situazione reale avrei potuto, chessò: chiede un impegno scritto (tanto inutile quanto difficile da ottenere), andare a “battere cassa” prima di aver effettivamente finito il lavoro (avrei sgamato la truffa, ma credo avrei comunque dovuto finire il lavoro… ed anche con l’amaro in bocca), fare una analisi logico-grammatica accurata della “promessa” (con il risultato di perdere ulteriore tempo sulla scadenza e forse sapere che mi aspettava una fregatura). In ogni caso “il diavolo è nei dettagli” è un monito che non da sempre la risposta (non la da proprio, non solo giusta…) ma mette sempre in guardia.

Un po’ di genialità, non guasta mai… Chissà (ora esagero, pronti?!) se anche la nostra/mia vita non sia una striscia di fumetti che fa dilettare qualcuno.

Per ogni problema maledettamente complesso, costoso e che richiede molto tempo esiste sempre una risposta semplice, economica, veloce e sbagliata. Teniamolo a mente.

WU